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I Due Allegri Indiani

 Terzo Episodio: i Misteri del Sesso

Varcata la breccia di Porta Pia (1870), gli indiani si imbatterono in molti problemi di carattere politico, geografico e ferroviario, tutti insolubili. La letteratura non poteva non riflettere questo momento di notevole perplessità. In Giosuè Carducci l’India nuova trovò la sua voce…

Ebbene sì, cari lettori! Seguite anche voi le fantasmagoriche avventure di Cavallo Alto e Daino Rosso, i due intrepidi indiani sioux (o comanches, o seminole) che scorrazzano per l’India, specialmente tra il Parioli e Tor Bella Monaca, tra parcheggiatori abusivi, avventisti del settimo giorno, coccodrilli -

No, daccapo.

Verso la metà degli anni ’70 la rivista di ippica “Il Maneggio”, famosa in tutto il mondo, non solo ippico, e di cui certamente Voi stessi avrete sentito parlare, pubblica a puntate il romanzo di avventure “I due allegri indiani”. Per una serie di motivi che sarebbe troppo lungo elencare, e che non sono nemmeno sicuro che abbiano un senso, ogni capitolo del romanzo è scritto da una persona diversa, che non solo non ha la minima idea di quello che hanno scritto gli altri, ma non è nemmeno uno scrittore. Oppure sono tutti la stessa persona, il signor Vincenzo Frollo, sotto mentite spoglie. Oppure questa stessa persona è in realtà J. Rodolfo Wilcock (di cui ci siamo occupati qui e qui), che è anche l’autore degli spettacolari scambi epistolari tra editrice, lettori e pseudo autori.
Insomma.
Nel risvolto di copertina si tirano in ballo i Monty Python, cosa che per me rasenterebbe l’eresia; eppure in questo caso hanno perfettamente ragione (avete presente lo sketch dell’indiano al cinema?). Per esempio:

“Egregio Autore:
Sono il figlio adulterino di Adolf Hitler. Nel 1943 sono riuscito a stabilire contatti con il pianeta Venere. Da una località solitaria della Francia Occidentale sono partito a bordo di un disco volante verso Venere dove mi sono trattenuto diciotto mesi. […] I venusiani vogliono scendere sulla Terra per imporre la pace tra le nazioni. Hanno deciso di atterrare a Berlino Tempelhof. La prego di far correre la voce tra gli Indiani: il loro aiuto potrebbe rivelarsi risolutivo. Heil mio padre!

Dario Sozzi,
Como”

Oppure:

“Ora vado a occuparmi dei funerali della zia, a quest’ora probabilmente in preda all’Acheronte. Lasciate perdere l’avvelenamento, non sono storie da raccontarsi al personale di servizio. Per una secolare consuetudine araldica privativa del nostro casato, io, suo nipote, eredito il titolo di contessa. Anche mio nonno era contessa; peraltro mio cugino è damigella palatina, e una zia di papà era Gran Maniscalco del Re.”

Oppure:

 ”Ascolta, Cavallo Alto, e se le mie parole troppo ti sconvolgono, aggrappati alla prima ancora di salvezza che passa.”
“Parla, Daino Rosso, e che il mio sguardo sereno sia come un faro che guida la tua mente ottenebrata dalla vergogna.” 
“Ero più giovane…”, cominciò Cavallo Alto.
“Anch’ io lo fui.” 

Per non parlare della copertina, che qui non sto a riprodurre ma che è probabilmente la miglior copertina Adelphi di sempre.
Ora, mi viene il sospetto che il buon J. Rodolfo – che fra l’altro scriveva in italiano senza essere italiano, e sfoggia una padronanza e una creatività linguistica veramente sorprendenti – ora, dicevo, mi viene il sospetto che tutta questa sarabanda celi in realtà un qualche intento satirico. Gli indiani di Wilcock, e gli autori dello pseudoromanzo, e i lettori che scrivono per chiedere che si parli di più del Ss. Rosario o dell’adolescenza di Gramsci, sono forse un impietoso ritratto della società italiana di ieri e soprattutto di oggi? Parlando di Indiani, s’intende forse che l’Italia è un paese tribale, dove quello che conta è il benessere mio e di quei tre o quattro parenti stretti e il resto vada pure a farsi benedire? L’italiano è una specie di selvaggio ben vestito, superstizioso, irrazionale, anarchico, impossibile da educare e da governare?

Sì.

Ma che ci volete fare. Il problema è che noi, essendoci dentro fino al collo, spesso non ce ne accorgiamo. Wilcock, straniero, ha un punto di vista che non è il nostro. E forse è per questo che questo libro è così divertente, perchè è un mix perfettamente riuscito tra la comicità surreale dei Monty Python e la cialtroneria de’ noartri, perchè pesca a piene mani, oltre che nei clichè della letteratura di genere, del romanzo di avventure, del feuilleton, della “rivista”, dell’avanspettacolo, in tutto quell’immaginario da commedia all’italiana, fatto di caratteristi, di tormentoni, di sketch demenziali, che ci piaccia o no, fa parte di noi. Provate a dare ai personaggi di questo libro i volti noti e arcinoti di Bombolo e Cannavale, di Renzo Montagnani, di Sordi e Tognazzi; oppure provate, mentre leggete i loro dialoghi, a immaginarvi Daino Rosso e Cavallo Alto con le facce di Olgese e Margiotta.

Come diceva Labranca, l’Estasi del Pecoreccio.

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Seghe Atomiche & Orsi Bipolari

Dice questo articolo che “un blog che non posta per un mese è un blog morto”. Sarà, ma col passare di strani eoni anche la morte può morire, e quindi eccoci qua di nuovo in letizia & allegria. Non è stato un granchè di estate, per una serie di motivi che sarebbe troppo lungo elencare. Però non sono mancate letture interessanti.
Nell’ultimo post, secoli fa, si parlava di Ray Bradbury e delle critiche mossegli da Damon Knight. E quindi, di Knight ci siamo letti «Il Mondo e Thorinn», che è la storia di un tizio che esplora un infinito labirinto di caverne con una spada in una mano e una lanterna nell’altra. Per noi, che abbiamo passato l’infanzia a giocare a Zork, un libro del genere è bello a prescindere.

Ci siamo letti anche «Assault Fairies» dell’ineccepibile Gamberetta, liberamente disponibile e scaricabile dal suo sito; ma come dicevano i CSI, comodo ma come dire poca soddisfazione, signore. Sebbene notevole dal punto di vista tecnico, impeccabile nella gestione del punto di vista, spartano nella distribuzione degli aggettivi o degli avverbi, conforme ai sacri testi nel mostrare-e-non-raccontare, «Assault Fairies» soffre dello stesso difetto del precedente «Le Avventure della Giovane Laura»: lo leggi e dici, embè? Ti coglie il vago sospetto che all’autrice per prima importi assai poco delle vicende delle sue creature, anzi, che sotto sotto le disprezzi pure, e tu, lettore, con esse; e non è una bella cosa. Anche perchè il fantasy, in tutte le sue declinazioni, dall’High fantasy del «Worm Ouroboros» al bizarro di «Ass Goblins of Auschwitz», sta in piedi – come ogni tipo di magia – se l’autore ci crede; ovviamente non in quel senso; ma quando leggi una cosa fredda, che sembra un compito, che sembra costruita a tavolino, che sembra, ahimè, sterile, un po’ ti piange il cuoricino a veder tanto talento sprecato. Sono opinioni personali, ovviamente, e si rivolgono soprattutto a quella parte di un’opera non quantificabile perchè non tecnica, e quindi estremamente soggettiva; eppure ci pare di vedere in Gamberetta – dio non voglia – la futura Oriana Fallaci del fantasy. Brrrrr.

E poi leggemmo pure «Non-A» di A.E. Van Vogt, che è, lo diciamo senza timore, una solenne puttanata. «Non-A» è la storia di un tizio che scopre di avere i superpoteri, nello specifico un pezzo di cervello in più che rende la sua mente superiore eccetera; questo tizio si trova al centro di un complotto interplanetario il cui scopo – ma lasciamo perdere, bastano queste cose:

- la Terra è gestita da un megasupercomputer detto La Macchina, un immenso grattacielo di sapienza, che esamina ogni giorno migliaia di persone per determinarne il potenziale e cose simili. Il protagonista scopre che questa macchina è sabotata, e ovviamente decide di aiutarla per il bene dell’umanità. Ma la macchina viene distrutta. Viene distrutta con delle testate nucleari. Il protagonista lo scopre solo il giorno dopo, quando si sveglia. Perchè durante l’attacco nucleare stava dormendo. Stava dormendo in una camera d’albergo a pochi isolati di distanza dal luogo dell’attacco. Come dire che un cittadino di Hiroshima si alza la mattina del 7 agosto 1945, fa colazione, poi apre la finestra, guarda fuori e dice «Ommadonna e che cazzo è successo?»

- Van Vogt è uno di quegli scrittori che per dare l’idea del futuro fantascientifico prendono la prima cosa che vedono e ci mettono un aggettivo da fantascienza: «atomico», oppure «elettronico» o «automatico». Per cui, nel futuro di «Non-A» la gente legge i giornali, e li compra per strada dagli strilloni, come negli anni ’40 quando il romanzo è stato scritto: però sono strilloni automatici. E a un certo punto il protagonista deve inviare alla Macchina un’altra macchina più piccola: quindi assume dei falegnami per chiuderla in una cassa. E i falegnami arrivano con le loro seghe atomiche e basta, ci sembra inutile proseguire, il resto qui.

Per finire, la vera sorpresa della stagione, «Aurorarama», di Jean-qualcosa Valtat, un libro che uno dice, steampunk-dieselpunk-teslapunk? Francese? Starete scherzando. E invece.
Siamo nel 1908. Nel bel mezzo del Circolo Polare Artico sorge la splendida Nuova Venezia, un gioiello art nouveau di grattacieli, cupole, teatri d’opera e canali congelati. Costruita da un gruppo di eccentrici scienziati e filantropi, è il trionfo dello spirito umano, l’ultima frontiera della civiltà, e soprattutto è una spesa folle e insostenibile per i governi che la finanziano. Questo è il palcoscenico su cui si muovono i due protagonisti: da una parte il signor Brentford Orsini, impeccabile gentiluomo, che cerca di districarsi tra i preparativi per il suo prossimo matrimonio, i misteriosi sogni profetici che la ex-moglie defunta gli invia di continuo, le accuse di essere il misterioso autore di un libello anarchico e filo-eschimese e i tentativi ahimè vani di mantenere sobrio il suo testimone di nozze; dall’altra Gabriel d’Allier, professore, poeta, bohemien, donnaiolo impenitente, ubriacone inveterato, miglior amico e testimone di nozze di Orsini.

Sullo sfondo il dilemma che incarna la stessa esistenza della città: che diamine ci fa una città del genere in mezzo al Polo? Non sarebbe meglio chiedere agli Inuit come fare a sopravvivere in un ambiente così ostile anzichè chiuderli in un indegno apartheid? Eh no, caro mio, siamo gentiluomini, mica selvaggi, e quindi andremo in giro in frac e cilindro, perdìo, anche a cinquanta sotto zero, alla faccia di mr. Orsini e del suo pamphlet.

Se avete letto «Acqua, Luce e Gas: Trilogia dei Lavori Pubblici», conoscete questo genere di libri: quei libri che se li avvicini all’orecchio senti le risate di chi li ha scritti; quei libri-ottovolante pieni fino a scoppiare di idee, di giochi di parole, di personaggi assurdi, dove magari rivelazioni straordinarie vengono buttate lì (tipo quale personaggio ha un legame telepatico con il Canguro Gigante del Polo e perchè), e pagine e pagine sono dedicate alla descrizione dell’appartamento di Orsini, o dei vari palazzi di Nuova Venezia, o dei brani che questo o quel gruppo suona – con strumenti inverosimili – in questo o quel locale. Se siete fan dello «show-don’t-tell», se curate con occhio clinico la distribuzione delle parole o lo spostamento del punto di vista, state lontani da questo libro: qui ci sono descrizioni infinite di palazzi incredibili, assurdi alberi genealogici, discussioni filosofiche, dilemmi etici ed etnici, gente che si mena – con gran classe, però, dopotutto sono gentiluomini; intrighi politici, scienziati pazzi, anarchici bombaroli, sciamani inuit, orsi polari bipolari, enigmi cifrati, suffragette manesche, una varietà incredibile di sostanze stupefacenti e i loro molteplici effetti, e soprattutto, ci teniamo a ripetere, il Canguro Gigante del Polo.

Cioè, il Canguro Gigante del Polo.

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Ode a Ray Bradbury

bradburyHo riletto a distanza di sa dio quanti anni quello che avevo sempre considerato come un capolavoro, come uno dei «miei» libri, non so se mi spiego: «Il Popolo dell’Autunno», di Bradbury. Ci sono arrivato per una di quelle curiose associazioni di idee, sincronismi letterari o come li volete chiamare, da una frase letta nel Dracula di Stoker, non so se avete presente, «Risata è un re e viene come e quando piace a lui»; visto che anche qui la risata ha un ruolo molto importante, insomma, ecco spiegato l’arcano.
E ‘sticazzi, direte voi.
Ma c’era anche un secondo motivo. Ho maturato negli anni la convinzione che Bradbury sia uno scrittore invecchiato male; che il suo stile sia a volte ben più che lirico, anzi, pomposo ed eccessivo («Io inclino le pietre, e Jim afferra i frammenti freddi che si celano sotto le pietre», ma chi diamine parla così, un tredicenne, poi?); che le sue storie siano così perfettamente «adolescenziali» da risultare quasi imbarazzanti se rilette troppo tardi, così come ben pochi possono rileggere a quarant’anni le minchiate che scrivevano sulla smemo al liceo senza ritrovarsi a pensare «certo che ero proprio un caz-»
Così mi sono ritrovato nell’imbarazzante situazione di non riuscire a entusiasmarmi nel rileggere il mio libro preferito di uno dei miei autori preferiti. Le critiche che sono state mosse a Bradbury da altri scrittori, Disch, Damon Knight eccetera, per dire, sui suoi mostri di cartapesta, sulle sue espressioni barocche, non sembrano poi campate in aria; «i suoi orrori hanno l’aspetto dei costumi di Halloween; il suo sentimentalismo dà la nausea; i suoi sermoni sono intrusivi e degni di una maestrina; è ignorante e indisciplinato», così diceva Disch.
Ah, sì?
A quel punto mi è capitato sott’occhio un commento dell’anobiiana Valentina Paggi! (sì, col punto esclamativo), che su alcuni racconti di Bradbury esprimeva qualche dubbio non dissimile dai miei, e fra l’altro: «…cos’ho perso a diventare adulta, arida e sterile, che mi attacco alla grammatica traballante e alle ripetizioni e penso “io avrei fatto così” o “questa frase suona proprio male” invece di vedere la poesia [...] Mio dio, cosa ci hanno fatto?????»
Al che è diventata una questione di principio. Diventare adulti non è per forza sinonimo di inaridirsi, e se qualcuno ci ha fatto credere il contrario, davvero, Mio dio, cosa ci hanno fatto? Diventare adulti dovrebbe essere sinonimo di ampliare le vedute, approfondire le conoscenze, rinsaldare le opinioni meritevoli e mutar le altre; diventare adulti dovrebbe essere come essere adolescenti, ma meglio. Quello che voglio dire è che se davvero ogni età della vita ha i suoi pregi, non c’è scritto da nessuna parte che uno escluda gli altri: si dovrebbe cercare di mantenere la purezza dell’infanzia, l’entusiasmo dell’adolescenza, la razionalità dell’età adulta, la saggezza della vecchiaia (ed è proprio in questo modo che nel romanzo il vecchio Charles alla fine salva la baracca). Ma questa è un’altra storia. Il punto è che non c’è nulla di male nell’entusiasmarsi da adulti per le cose che ci appassionavano da ragazzi, se lo si fa nel modo giusto; se non ci si ferma all’aspetto più superficiale ma si è capaci di andare oltre; se si è capaci di ampliare, in qualità e in quantità. E leggere un libro è la stessa cosa: l’autore ti dà il materiale, ma la storia te la devi scrivere tu, nella tua testa, coi mezzi che hai a disposizione da bambino, da adulto, da vecchio. Una storia è solo un elenco di parole: e per quanta ricerca possa fare un autore, per quanto possa scrivere in maniera precisa, evocativa, tecnicamente impeccabile, se tu nella tua testa hai un campo di patate e non sai dargli la «scintilla», resterà sempre lettera morta.

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Così ho chiuso il libro, l’ho ricominciato daccapo, e ho cercato di metterci del mio, di «scolpire» le immagini, come dice Elèmire Zolla, perchè uno scrittore deve indicare una strada, non ti ci deve portare in braccio, e magari chiederti prima se la meta è di tuo gradimento. E la figura del signor Dark, per dirne una, che a ben vedere non è altro che un tizio tatuato, sai quanti ne abbiamo visti nei film di mazzate di tizi tatuati, il signor Dark è diventato una specie di sinistro Raul Julia, coi baffi impomatati e i capelli lucidi, col vestito impeccabile che sembra fatto di spine e di formiche, con l’occhio pallato e il sorriso omicida, e i tatuaggi che quando non li guardi sai che scivolano, cambiano, si spostano, e quando Jim e Will si nascondono tra gli scaffali della biblioteca, e la mano del signor Dark si sporge dall’angolo, e su ogni dito c’è tatuato un occhio, e Jim e Will sanno che con quegli occhi lui li ha visti, beh, quella è una scena da standing ovation.
Oppure la scena in cui Charles Holloway ritrova i giornali di cent’anni prima, e scopre che il circo è sempre lo stesso, e rilegge le parole del vecchio predicatore:

«Che cosa pulsa nelle loro teste? Il verme. Che cosa guarda attraverso i loro occhi? Il serpente. Che cosa parla attraverso le loro bocche? Il rospo. Che cosa ode attraverso le loro orecchie? L’abisso tra le stelle. Scatenano il temporale umano per le anime, divorano la carne della ragione, riempiono le tombe di peccatori. Si agitano freneticamente. Corrono come scarafaggi, strisciano, tessono, filtrano, si agitano, fanno oscurare tutte le lune e rannuvolano le acque chiare. La ragnatela li ode, trema… si spezza. Questo è il popolo dell’autunno. Guardatevi da loro.»

Se potete rimanere impassibili di fronte a un pezzo come questo, avete l’animo di un assessore leghista, e possa iddio aver pietà di voi. Ma il discorso vale per tutto il libro, se sapete leggerlo nel modo giusto, assaporarlo, ascoltarlo, farlo vostro, come un film di cui l’autore scrive il soggetto ma gli attori, la regia, la colonna sonora, i costumi, i dialoghi, li dovete scegliere voi.
Uno scrittore getta dei semi, ma se non li sapete far germogliare, ca**i vostri: venite a dire che Bradbury non è un bravo scrittore perchè, dice sempre Disch, nell’incipit di «The Night» parla del profumo delle mele e dei lillà ma guarda che mele e lillà non fioriscono nello stesso momento, e un bravo scrittore si documenta – e cosa vi si può rispondere, se non una solenne pernacchia? Perchè Bradbury magari non ne sa di botanica ma ha scritto il Piccolo Assassino, ha scritto C’era una volta una vecchia signora, ha scritto quel racconto del tizio che si alza di notte e va a uccidere il compagno di classe che non vede da trent’anni; ha scritto quel racconto che finisce con «… e poi un idiota ha acceso la luce», porca pupazza, ha scritto cose che le leggete una volta e campaste come Matusalemme non le scorderete mai. E voi mi venite a dire che i suoi mostri sono di cartapesta? Ma per favore.
Ehm.
Sapete perchè c’è gente che dice queste cose? Perchè è gente vuota. Perchè è gente che vuole la pappa pronta, che non ha immaginazione e vuole che qualcun altro immagini per lui, non gli basta che qualcuno dica «un’astronave», vuole dati, planimetrie, statistiche, numeri… immagini. E’ gente che non è capace di provar paura leggendo un racconto di Buzzati, vuole descrizioni pignole e anatomicamente corrette di sbudellamenti e amputazioni. E’ gente che vuole il 3d e la computer graphic, non una buona trama anche se gli scenari sono di cartone; è gente che se avesse davanti il signor Dark, con tutti quei mostri tatuati, con quell’esercito di chimere, quel bestiario animato, ci cascherebbe all’istante: ipnotizzata, incantata dalle forme e dai colori, dalle giostre e dalle musichette (mentre fuori c’è la morte), diverrebbe un altro dei suoi fenomeni. Magari ci sta qualche riferimento al momento storico presente ma non era mia intenzione.
A questa gente si risponde solo con una bella risata, e qui ritorniamo al dottor Van Helsing: la risata è un re, e fa quel che vuole. Con una risata Charles e Will sconfiggono la Strega della Polvere, non con un fucile, e il signor Dark è immortale e forte come Superman ma ha paura di un abbraccio e di un sorriso. Non c’è mostro nè tiranno nè incantesimo che possa sopravvivere a una bella risata liberatoria (e qui permettetemi un accenno all’attualità, ma secondo me la svolta vera e propria nella recente campagna elettorale per le amministrative è stata proprio la gag di Sucate) – e il sortilegio peggiore che si possa subire è quello per cui ci si convince che esistano davvero le «cose serie», e che bisogna affrontarle in modo serio e responsabile e in men che non si dica ci si ritrova a parlare come D’Alema.
Per cui lunga vita ai mostri di gomma e agli scenari di cartapesta, alle astronavi di latta e ai marziani verdi con le antennine; lunga vita a chi sa ancora ridere e vedere il mondo con gli occhi di un bambino; e se qualcuno prova ancora a parlar male di zio Ray ci troviamo da qualche parte la mattina presto e ce le diamo di santa ragione, e non importa chi resta in piedi perchè alla fine ci faremo una bella risata e andremo tutti assieme a farci una birra.

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Le Cahiers du Fuffa: I Grandi Film della Squadra Cazzate

Presentiamo all’attenzione dei lettori alcuni film cui siamo particolarmente affezionati; giusto per mettere le cose in chiaro, diciamo subito che non si tratta di capolavori del neorealismo o della nouvelle vague, nè di acute analisi di fenomeni quali l’abigeato o il lancio di sassi dal cavalcavia, nè tantomeno di sofferti apologi della condizione umana nell’epoca della globalizzazione. Si tratta invece di quel genere di film (ma di questa categoria fanno parte anche molti libri, dischi, fumetti e quant’altro) che, se menzionati ad esempio durante una serata in birreria, vengono accolti da sguardi vacui e interrogativi; e quando, assai di rado, il vs. interlocutore si illumina, e risponde, certo che l’ho visto, e parte un fuoco di sbarramento di risate, citazioni e controcitazioni, allora sapete di aver trovato uno spirito affine.

Motorama (Motorama, Barry Shills, 1991)

La trama è semplice: un bambino di undici anni, Gus, scappa di casa per completare una raccolta di carte collezionabili. E già qui partiamo bene, ma il bello viene dopo, perchè Motorama è una specie di allucinato road movie, un film surreale e nerissimo. Già, perchè il piccolo Gus, nella sua odissea, viene ricoperto di tatuaggi da una gang di motociclisti ubriachi, perde un occhio e verso la fine del film sfoggia una barba di tre giorni degna di Jena Plissken. E poi c’è una sequenza di tre secondi in cui si vedono dei tizi che sparano al Papa, e un finale metafisico kafkiano. Così, per non farci mancare nulla.

Flippaut (Get Crazy!, Allan Arkush, 1983)

Anche qui la trama è semplice: un concerto di capodanno organizzato per salvare un vecchio cinema di quartiere dalle mire di un gruppo di speculatori edilizi. Ma della trama, chissenefrega: questo film è una delle più perfette celebrazioni dell’estetica del sesso, droga & rock’n'roll, e siamo certi che se quelli del Moige ne vedessero dieci minuti si squaglierebbero come i nazisti all’apertura dell’Arca dell’Alleanza (similitudine, ne converrete, particolarmente azzeccata). E, anzi, il fatto che tra i protagonisti ci sia Malcolm McDowell ci fa immaginare scene tipo l’onorevole Giovanardi sottoposto alla Cura Ludovico con le scene più demenziali di questo demenziale musical (la cui tagline era: «Say goodbye to your brain!»). Ci piace ricordare, oltre a Capitan Nuvola, oltre a tutte le band che fanno tutte la stessa canzone, oltre a Lou Reed e a Robert Picardo, oltre allo squalo nel bagno degli uomini e alla scena del funerale del vecchio bluesman, il vero eroe di questa storia: Electric Larry, il Pusher di Salvataggio.

Il Mitico Viaggio (Bill & Ted’s Bogus Journey, Peter Hewitt, 1991)

Probabilmente il miglior film di Keanu Reeves, Il Mitico Viaggio è la storia di due metallari, non particolarmente svegli ma molto entusiasti, che viaggiano nel tempo con una cabina del telefono, vengono uccisi da due cloni-robot venuti dal futuro, finiscono prima all’Inferno, poi in Paradiso e poi in un sacco di altri posti e alla fine prendono la Morte come bassista nella loro band. Già. C’è George Carlin (se non sapete chi era George Carlin vi siete persi delle grandi cose), c’è William Sadler nel ruolo della Morte, c’è una colonna sonora spettacolare dai Kiss a Ritchie Kotzen ai Megadeth ai Primus a STEVE VAI, no, dico, ci sono degli utilizzi creativi della macchina del tempo che neanche il Dottor Who è mai riuscito a eguagliare, e se volete sapere qual’è davvero il senso della vita, c’è anche quello.

Quattro Delitti in Allegria (La Cité de la Peur, Alain Berbérian, 1984)

Durante la Festa del Cinema di Cannes, i proiezionisti di «Rosso è morto» vengono uccisi a colpi di falce e martello, proprio come nel film stesso. Cioè «Rosso è morto», che è un horror splatter su un serial killer (anzi, un serial killah) comunista, l’Atroce Yuri («La sua perversa ottica proletaria lo spinge a odiare i nostri modesti guadagni!» «Mio Dio, è atroce!»). L’ispettore Karamazov indaga. Già, Karamazov. Diretto dal Dostoevskij delle cazzate, questo film racchiude nei suoi 93 minuti una tale quantità di gag che a dirlo non ci si crede.

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La giornata dello scrutatore

«Il miglior argomento contro la democrazia», diceva Winston Churchill, «è una discussione di cinque minuti con l’elettore medio». E’ anche vero che chiedere alla gente, di tanto in tanto, un’opinione su come vanno le cose è questione, prima che di etica o di politica, di educazione; si potrebbe discutere, poi, se abbia senso chiederlo a TUTTA la gente, ma qui ci addentriamo in un campo minato. Heinlein ha immaginato un mondo (in «Fanteria dello Spazio») in cui solo chi ha fatto il servizio militare ha diritto di voto (e può insegnare filosofia (in effetti, ora che ci penso, la mia prof di filosofia al liceo avrebbe potuto tranquillamente abbattere un paio di Navy Seals a schiaffoni)), e non si è più tolto di dosso la nomea del fascista; per cui soprassediamo. Avrete comunque capito, arrivati a questo punto, che non abbiamo intenzione di occuparci del pur pregevole romanzo di Calvino, di cui potete trovare interessanti commenti qui, qui e qui, commenti forse meno interessanti qui e cose che non c’entrano nulla qui; è piuttosto una riflessione sulle elezioni comunali recenti, in cui il vs. umile cronista ha avuto l’onore di servir lo Stato come scrutatore e ne ha ricavato alcune considerazioni si spera meritevoli di attenzione.
La prima è che poche cose come le elezioni danno l’idea della macchina dello Stato in movimento; una specie di enorme leviatano, o forse più prosaicamente un immenso tricheco che si osserva l’ombelico cercando di capire cosa fare nel pomeriggio.
Non solo: è anche un’occasione per vedere “la gente”, quest’entità misteriosa e sfuggente, composita e variegata, e scambiare parole e opinioni con persone che piuttosto che frequentare nella vita quotidiana ti staccheresti un braccio a morsi.
Il nostro presidente di seggio, per dire, era uno di quei bei milanesi doc, gente d’altri tempi, quando Milano era la capitale industriale d’Italia, una città viva, operosa ed accogliente. Ecco, non proprio. «Milano città accogliente» è uno di quei «fattoidi» che si citano spesso ma che nessuno si ferma mai a considerare seriamente; come «sì, però Giuliano Ferrara è una persona molto intelligente» o cose simili. Milano accogliente non lo è stata mai, o forse al massimo al tempo dei Romani: è una città grigia e deprimente, in cui l’unico metro di giudizio sono i soldi: si disprezza chi ne guadagna pochi, e si invidia chi ne guadagna molti – sempre ovviamente a prescindere dal come e dal perchè. Avete mai letto «la Vita Agra», di Bianciardi? Ecco, se siete milanesi fatelo; oltre a uno dei più begli incipit della letteratura italiana di sempre offre anche un’analisi spietata e assai divertente sulla milanesitudine, sui cantieri e sui dané. Comunque sia, il nostro presidente di seggio si è rivelato una miniera di aneddoti e informazioni utili, tra cui a) Pisapia negli anni ’70 rubava macchine, picchiava i bambini e trombava le suore a spregio; b) siamo tutti intercettati; c) i giovani d’oggi non han voglia di far niente e d) qui g’he pien de negher. Son bei momenti.
Ora, qui su Mazzate.com ci siamo sempre ben guardati dall’esprimere opinioni politiche o che in qualche modo abbiano attinenza con la realtà, per cui sorvoliamo sul valore delle affermazioni precedenti per concentrarci su un altro punto: alle undici di lunedì sera, otto ore dopo la chiusura del seggio, i conteggi delle schede sono tutti sballati e non c’è verso di farli quadrare, i manuali forniti dal Ministero sono chiari e comprensibili come il Manoscritto Voynich e i rappresentanti di lista stanno cominciando a schiumare; ecco, in questa situazione l’ultima cosa che il saggio presidente di seggio dovrebbe dire è «Massì, questi sessanta voti che non tornano, ne mettiamo metà a questa lista qui e metà a quella lista lì e andiamo a casa» – o, se lo dice, non deve stupirsi se i rappresentanti suddetti lo pigliano a sediate. Al che uno pensa: fai il presidente di seggio da trent’anni; fai queste cazzate con la massima nonchalanche; come te chissà quanti ce ne sono; e chissà quanti ce ne sono anche di peggiori; e pensi a tutti i seggi, a tutti gli scrutatori, a tutte le elezioni e ti chiedi quale peso abbia avuto sulla politica italiana degli ultimi cinquant’anni il Partito delle Schede Smistate a Ca**o. Mah.
Per fortuna ci sono i Difensori del Voto, che vegliano sulla regolarità delle operazioni coi superpoteri concessi loro dal nostro amato premier: noi ne avevamo un paio, un omino sul tipo Renzo Montagnani (ma senza i baffi e lo spessore morale) e un’informe signora piuttosto in là con gli anni che chissà perchè mi faceva venire in mente il Cenobita ciccione di Hellraiser. Invece gli altri partiti hanno, più prosaicamente, i rappresentanti di lista: spocchiosi fino alla morte quelli di una certa sinistra (almeno finchè uno non ha espresso simpatie per gli Einstuerzende Neubauten); per quello del cosiddetto Terzo Polo la descrizione più calzante era, invece, «spregevole»; e i due della Lega ci hanno finalmente confermato aldilà di ogni dubbio che c’è un solo motivo per cui la gente vota il partito di Bossi: il basso QI.
Alla fine siamo usciti dal seggio molto dopo mezzanotte. La Moratti aveva preso una bastonata epica, e con lei chi sperava di ottenere a Milano almeno 53000 preferenze; e l’inquietudine ci attanagliava. Chi vincerà? La capitale morale d’Italia diventerà un enorme gulag? Verremo invasi da orde di nomadi musulmani e busoni? I cosacchi verranno ad abbeverarsi alle acquasantiere del Duomo? E se sì, pagheranno l’ecopass cento euri? Vedremo introdotta la sharìa, l’aborto obbligatorio e l’LSD nell’acquedotto?
Oh, beh, nel caso c’è sempre Batman.

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E ora, un po’ di fantascienza

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(Ok, tecnicamente non è proprio fantascienza fantascienza, quella di Asimov e compagnia bella; siamo più in territorio weird – cyberpunk o giù di lì. Oh, beh, che ci volete fare…)

1) Kraken, di China Mieville

Io a China Mieville ci voglio tanto bene, e al calamaro gigante pure, per cui questo libro mi sarebbe piaciuto anche senza leggerlo; però, boia, che fatica arrivare alla fine. Cominciamo  con le cose positive, così ci togliamo il pensiero: ottima (per quanto assurda) l’idea di partenza,  torrenziale come sempre l’immaginazione del buon China, e uno stile pirotecnico che dovrebbero, per  quanto possa sembrare strano, far tradurre a Bergonzoni.
Però.
Però questo libro è lunghissimo. Sono trecentomila capitoli nei quali tutti si agitano come criceti  forsennati senza mai combinare nulla. Si parte benissimo,  con un certo tono da commedia dark inglese  (e in effetti mi immaginavo il protagonista, Billy, uno sfigato curatore di museo, con la faccia di Simon Pegg), ci invischiamo in una storia assurda su una setta di adoratori del Calamaro Gigante e il furto di un esemplare del suddetto cefalopode conservato in formalina in un museo di Londra; e a metà del libro Billy è diventato un ninja-taumaturgo-profeta così, senza colpo ferire e la storia si incarta in una palude di sottotrame inutili e vicoli ciechi (per non parlare del finale del romanzo, che è una  cosa da andare a cercare l’autore sotto casa e schiaffeggiarlo con un merluzzo). I personaggi secondari spesso sembrano buone idee mal realizzate: ci sono gli immancabili poliziotti del mistero, per esempio, che però dopo tre capitoli, scusate il francesismo, hanno già scassato la  minchia; c’è un fantasma sindacalista, taumaturghi appassionati di Star Trek, adoratori di questo e di quello, tatuaggi parlanti e cattivi, cattivi, cattivissimi  killer che sai già che faranno la fine di Boba Fett. E infatti. Io mi  son fatto quest’idea che Mieville, da buon marxista, pensi che l’individuo conti meno della massa, e in effetti i suoi romanzi brulicano di “comparse”, ma raramente di “personaggi”, e men che meno di  “protagonisti” (chi si ricorda il nome del protagonista della Città delle Navi?); il che non è  necessariamente un male, ma certe volte lascia spiazzati, perchè ti chiedi “ma perchè mi stai  raccontando di questo tizio? E’ utile ai fini della storia o è solo un pretesto per parlare della tua  geniale trovata dello spiritello dell’Ipod? Non potremmo tornare alla trama principale?”.
Poi c’è la faccenda dell’immaginazione torrenziale di cui sopra: qualcuno dovrebbe ogni tanto dirgli  basta. Se hai millemila idee bellissime, bravo, beato te che ci riesci, ma non è detto che tu debba  metterle per forza TUTTE nel tuo romanzo; anche perchè il troppo stroppia, e buona parte di queste  geniali invenzioni finiscono semplicemente sepolte e dimenticate.
Insomma, una mezza delusione. Temo che Mieville stia imboccando la pericolosa discesa verso  l’autoparodia (ok, lo so, vorrà pure essere ironico, eccetera, però quando appaiono i Nazisti del Caos  non puoi fare a meno di alzare gli occhi dal libro e guardarti intorno con aria imbarazzata). Come M.  Night Shyamalan: spero non faccia la stessa fine.

2) Pop Apocalypse, di Lee Konstantinou

In un futuro non troppo remoto, tutto – ma proprio tutto – è coperto dal diritto d’autore. Così, se  qualcuno parla di te, deve pagarti i diritti; quindi, se sei famoso e tutti parlano di te, sei ricco.  Al che i genitori di Eliot, visto che il numero dei suoi amici, contatti e follower sui vari social  network ha raggiunto la massa critica, decidono di quotare il figlio in borsa. Il poveretto si ritrova  da un giorno all’altro a vivere in una specie di reality show, e a dover impostare le proprie scelte  personali in modo da soddisfare i suoi azionisti. Ma c’è un problema: Eliot è un minchione di prima  categoria, ed è incapace di rimanere due giorni di fila sobrio e lontano dai guai. E ce n’è un altro:  Eliot ha un sosia. Ovviamente, cattivo.
Il cyberpunk non mi ha mai convinto particolarmente, ma è la prima volta che mi capita una “commedia  cyberpunk”: ci sono tutti gli stereotipi del genere – tecnologie avanzate ma non fantascientifiche,  metodi di controllo pervasivi, una società ingiusta e instabile, un ambiente devastato e sull’orlo del  collasso, megacorporazioni avide e spietate, conflitti religiosi, sociali ed etnici ormai  incontrollabili – ma il tono è completamente diverso. Probabilmente è per questo che mi è piaciuto:  come l’autore, credo che un mondo così (non molto diverso dal nosto, poi) sia disperato, certo – ma non  serio.

3) Un Anno nella Città Lineare, di Paul di Filippo

Al centro della Città c’è una lunga strada rettilinea. Ai lati, due file di case. Oltre le case, il  Fiume da una parte e la Ferrovia dall’altra. Tutto qui. Al di là del Fiume e dei binari potrebbero  esserci il Paradiso e l’Inferno, per quel che se ne sa. In effetti, a guardare bene, in lontananza si  vedono le sagome indistinte degli psicopompi, che aspettano che qualcuno muoia per venire a prenderlo:  le Ittiodomine dalla coda di pesce o gli Ornitauri dalla testa di toro, creature immateriali e  inquietanti, il cui compito è portar via i cadaveri e le anime con essi. Per questo in Città non ci  sono cimiteri. E anche perchè sotto il livello del marciapiedi, sotto il tunnel rettilineo della  Sotterranea, sbucano le scaglie cornee del Cittanimale, la bestia gigantesca su cui la Città riposa.  Una Città infinitamente lunga, i cui quartieri si susseguono tutti uguali – all’apparenza; in realtà le  differenze ci sono, minime tra quartieri vicini, enormi tra quartieri separati da centinaia di migliaia  di chilometri: lingue diverse, usanze incomprensibili. Diego Patchen è uno scrittore di fantascienza  (o, come la chiamano qui, “narrativa cosmogonica”), alle prese con un lavoro difficile, un padre malato  e un mondo incomprensibile. E sebbene in questo racconto alla fin fine non succeda nulla o quasi,  l’entusiasmo con cui Diego difende i suoi voli di fantasia da chi preferisce l’introspezione  psicologica e le “le vicende qualsiasi della vita qualsiasi di persone terribilmente qualsiasi”, unito  all’assurdità dell’ambientazione, fanno di questo racconto una vera chicca. Lo si può trovare  nell’antologia “Le città del domani”, Fanucci (ahimè), assieme ad altre storie di China Mieville e di  Geoff Ryman, e al mitico Jerry Cornelius.

Kraken, di China Mieville

Io a China Mieville ci voglio tanto bene, e al calamaro gigante pure, per cui a questo libro non avrei

dato meno di tre stelline anche senza leggerlo; però, boia, che fatica arrivare alla fine. Cominciamo

con le cose positive, così ci togliamo il pensiero: ottima (per quanto assurda) l’idea di partenza,

torrenziale come sempre l’immaginazione del buon China, e uno stile pirotecnico che dovrebbero, per

quanto possa sembrare strano, far tradurre a Bergonzoni.
Però.
Però questo libro è lunghissimo. Sono trecentomila capitoli nei quali tutti si agitano come criceti

forsennati senza mai combinare nulla. I personaggi sono tutt’altro che memorabili; si parte benissimo,

con un certo tono da commedia dark inglese – e in effetti mi immaginavo il protagonista, Billy, uno

sfigato curatore di museo, con la faccia di Simon Pegg; e a metà del libro me lo ritrovo

ninja-taumaturgo-profeta così, senza colpo ferire (per non parlare del finale del romanzo, che è una

cosa da andare a cercare l’autore sotto casa e schiaffeggiarlo con un merluzzo); e lo stesso vale per i

poliziotti del mistero, che però dopo tre capitoli, scusate il francesismo, hanno già scassato la

minchia; e così via. Ok, Wati il fantasma sindacalista, e Jason, il camaleonte proletario, sono

notevoli, ma più come idea che come realizzazione; e Goss & Subby, i cattivi, cattivi, cattivissimi

killer, sono quel genere di personaggi che sai già che faranno la fine di Boba Fett. E infatti. Io mi

son fatto quest’idea che Mieville, da buon marxista, pensi che l’individuo conti meno della massa, e in

effetti i suoi romanzi brulicano di “comparse”, ma raramente di “personaggi”, e men che meno di

“protagonisti” (chi si ricorda il nome del protagonista della Città delle Navi?); il che non è

necessariamente un male, ma certe volte lascia spiazzati, perchè ti chiedi “ma perchè mi stai

raccontando di questo tizio? E’ utile ai fini della storia o è solo un pretesto per parlare della tua

geniale trovata dello spiritello dell’Ipod? Non potremmo tornare alla trama principale? Non potremmo

tornare a Billy?”.
Poi c’è la faccenda dell’immaginazione torrenziale di cui sopra: qualcuno dovrebbe ogni tanto dirgli

basta. Se hai millemila idee bellissime, bravo, beato te che ci riesci, ma non è detto che tu debba

metterle per forza TUTTE nel tuo romanzo; anche perchè il troppo stroppia, e buona parte di queste

geniali invenzioni finiscono semplicemente sepolte e dimenticate.
Insomma, una mezza delusione. Temo che Mieville stia imboccando la pericolosa discesa verso

l’autoparodia (ok, lo so, vorrà pure essere ironico, eccetera, però quando appaiono i Nazisti del Caos

non puoi fare a meno di alzare gli occhi dal libro e guardarti intorno con aria imbarazzata). Come M.

Night Shyamalan: spero non faccia la stessa fine.

Pop Apocalypse, di Lee Konstantinou

In un futuro non troppo remoto, tutto – ma proprio tutto – è coperto dal diritto d’autore. Così, se

qualcuno parla di te, deve pagarti i diritti; quindi, se sei famoso e tutti parlano di te, sei ricco.

Al che i genitori di Eliot, visto che il numero dei suoi amici, contatti e follower sui vari social

network ha raggiunto la massa critica, decidono di quotare il figlio in borsa. Il poveretto si ritrova

da un giorno all’altro a vivere in una specie di reality show, e a dover impostare le proprie scelte

personali in modo da soddisfare i suoi azionisti. Ma c’è un problema: Eliot è un minchione di prima

categoria, ed è incapace di rimanere due giorni di fila sobrio e lontano dai guai. E ce n’è un altro:

Eliot ha un sosia. Ovviamente, cattivo.
Il cyberpunk non mi ha mai convinto particolarmente, ma è la prima volta che mi capita una “commedia

cyberpunk”: ci sono tutti gli stereotipi del genere – tecnologie avanzate ma non fantascientifiche,

metodi di controllo pervasivi, una società ingiusta e instabile, un ambiente devastato e sull’orlo del

collasso, megacorporazioni avide e spietate, conflitti religiosi, sociali ed etnici ormai

incontrollabili – ma il tono è completamente diverso. Probabilmente è per questo che mi è piaciuto:

come l’autore, credo che un mondo così (non molto diverso dal nosto, poi) sia disperato, certo – ma non

serio.

Un Anno nella Città Lineare, di Paul di Filippo

Al centro della Città c’è una lunga strada rettilinea. Ai lati, due file di case. Oltre le case, il

Fiume da una parte e la Ferrovia dall’altra. Tutto qui. Al di là del Fiume e dei binari potrebbero

esserci il Paradiso e l’Inferno, per quel che se ne sa. In effetti, a guardare bene, in lontananza si

vedono le sagome indistinte degli psicopompi, che aspettano che qualcuno muoia per venire a prenderlo:

le Ittiodomine dalla coda di pesce o gli Ornitauri dalla testa di toro, creature immateriali e

inquietanti, il cui compito è portar via i cadaveri e le anime con essi. Per questo in Città non ci

sono cimiteri. E anche perchè sotto il livello del marciapiedi, sotto il tunnel rettilineo della

Sotterranea, sbucano le scaglie cornee del Cittanimale, la bestia gigantesca su cui la Città riposa.

Una Città infinitamente lunga, i cui quartieri si susseguono tutti uguali – all’apparenza; in realtà le

differenze ci sono, minime tra quartieri vicini, enormi tra quartieri separati da centinaia di migliaia

di chilometri: lingue diverse, usanze incomprensibili. Diego Patchen è uno scrittore di fantascienza

(o, come la chiamano qui, “narrativa cosmogonica”), alle prese con un lavoro difficile, un padre malato

e un mondo incomprensibile. E sebbene in questo racconto alla fin fine non succeda nulla o quasi,

l’entusiasmo con cui Diego difende i suoi voli di fantasia da chi preferisce l’introspezione

psicologica e le “le vicende qualsiasi della vita qualsiasi di persone terribilmente qualsiasi”, unito

all’assurdità dell’ambientazione, fanno di questo racconto una vera chicca. Lo si può trovare

nell’antologia “Le città del domani”, Fanucci (ahimè), assieme ad altre storie di China Mieville e di

Geoff Ryman, e al mitico Jerry Cornelius.

Wow! C’è un grasso commento!

La Nube Purpurea

Cosa fa un uomo quando scopre di essere l’ultimo essere umano sul pianeta Terra? Si veste come un pascià, si fa crescere una barba da principe assiro, si dedica all’incendio sistematico di tutte le grandi città del mondo e si costruisce un tempio d’oro e gioielli al centro di un lago di vino.
«La Nube Purpurea», di M. P. Shiel, 1901, curioso romanzo di protofantascienza, parla proprio di questo: di come occupare il tempo quando si ha un pianeta tutto per noi. Il signor Jeffson, infatti, di ritorno dal Polo Nord, ha questa sgradita sorpresa. Cosa ci faceva al Polo Nord? Faceva parte di una spedizione cartografica. Ormai il globo terracqueo era completamente mappato, descritto e misurato: tranne il Polo. Doveva esserci qualcosa di sinistro, di vagamente iettatorio, a quei tempi (il romanzo è del 1901), nell’idea di mappare completamente la terra; come se il portare alla luce l’ultimo angolo di mondo ancora inesplorato fosse qualcosa di sacrilego (e infatti nel romanzo non manca il prete che ammonisce gli esploratori contro l’inevitabile castigo divino), una hubris meritevole di una nemesis inevitabile, come diceva, con notevole abbondanza di paroloni, il buon Isaac Asimov. In effetti, al Polo Nord il signor Jeffson non trova orsi bianchi, narvali e foche: trova un lago di occhi dal cui centro si erge un immenso pilastro istoriato. Una visione impressionante e lovecraftiana, che l’esploratore non può condividere con nessuno, visto che per arrivare primo all’agognata meta ha abbandonato alcuni compagni e altri li ha abbattuti a fucilate: proprio una personcina fine, il nostro signor Jeffson. Comunque sia, il rientro alla civiltà comporta per mr. Jeffson la sgradita sorpresa di cui sopra: sono tutti morti. Leggendo i giornali scopre che, in concomitanza con il suo arrivo al polo, dal polo opposto si è liberata una nube di gas venefico, una Nube Purpurea, appunto, che ha sterminato prima tutti gli abitanti dell’emisfero meridionale, uomini, donne, cani, gatti e pecore, per poi risalire verso nord. Jeffson vaga sconvolto tra scene da girone infernale, morti accatastati a centinaia, chi nelle chiese in cerca di salvezza, chi nei ristoranti e nelle sale da ballo per divertirsi fino all’ultimo, chi nelle cantine, nelle soffitte, nelle stazioni della metropolitana. Alla fine l’unica cosa che può fare è recarsi all’ambasciata turca e vestirsi da pascià.
Ovvio, no?
Se fin qui «La Nube Purpurea» è un romanzo fantastico, allucinato e terrificante, da qui in poi Shiel sbarella completamente e si parte per un viaggio psichedelico di vent’anni: il tempo che Jeffson impiega a girare tutto il mondo per dar fuoco alle grandi città – da Parigi a Pechino, con la sua barchetta carica di dinamite, oppure in treno (Jeffson è un macchinista provetto, e la sua locomotiva non ha bisogno di rotaie, no, dico) e per costruirsi un tempio in quanto sovrano assoluto del pianeta (tra parentesi la descrizione di questo capolavoro d’oro, marmi pregiati e gemme preziose è una cosa spettacolare, degna di Ninive la Superba, che diventa ancor più spettacolare quando si fanno due conti sulle misure che il nostro eroe ci fornisce con la massima serietà tipica dei matti e da cui si ricava che questo palazzo è grande sì e no come una cabina del telefono). Fino a quando, vent’anni dopo, un po’ invecchiato e ingrassato, con una barba da ZZ Top, si ricorda di non aver ancora dato fuoco a Istanbul, prende la barchetta e via. E a Istanbul incontra una ragazza, incredibilmente, l’unico altro essere umano ancora in vita, che era nata appena dopo il passaggio della nube maledetta e che aveva passato tutta la vita nella cantina dove la madre aveva cercato inutilmente rifugio. Già. A questo punto c’è solo da farvi notare che Jeffson di nome fa Adam e il resto è storia (più o meno: in realtà per i primi anni Jeffson non ne vuol sapere di ridar vita al genere umano, e come dargli torto, e fugge inseguito dalla ragazza. Poi però mette la testa a posto, scatta l’orologio biologico, si taglia la barba, si veste da persona seria e si sa come va a finire).
Nello slang internettiano dei nostri tempi c’è un’espressione, anzi, un acrostico, che riassume perfettamente «La Nube Purpurea»: WTF? Che dire di un romanzo del genere? E’ una specie di incubo espressionista, un libro farraginoso e ossessivo; è una storia talmente orribile da risultare quasi comica, un labirinto pieno di vicoli ciechi e di ripetizioni sfiancanti, un oggetto spigoloso e sfaccettato, da aprire con cautela, come la Scatola di Lemarchand. Giorgio Manganelli lo definì un libro «matto e rapinoso», e ditemi voi se avete mai letto un libro di cui potete dire «sto leggendo un libro» «ah, com’è?» «è un libro matto e rapinoso». Questa recensione del Mangialibri lo paragona a una sceneggiatura scritta a 4 mani da Verne e Baudelaire; ma il miglior commento è quello di J. Rodolfo Wilcock, che ne ha curato l’edizione italiana:

Che “La nube purpurea”, pubblicata nel 1901, sia un capolavoro, continuamente più riuscito e trascendente di un qualsiasi romanzo di Emile Zola – per nominare a caso un grande famoso sull’orlo del secolo – sembra non solo accertabile in sede di lettura, ma anche dimostrabile in sede critica. Se si paragonano gli argomenti profferiti, nel romanzo di Zola troveremo probabilmente una famiglia torbida, un padre ubriaco, una figlia prostituta, la differita constatazione che i poveri sono poveri, che gli avari sono avari e che i parigini abitano a Parigi: se a un tratto apparissero tra i personaggi un egizio, o semplicemente un pesce volante, ho l’impressione che il romanzo barcollerebbe, a dimostrare la fragilità della sua struttura. Nel romanzo di Shiel vengono proposte invece, tra molte altre cose, e senza barcollare: 1. la fine del mondo e relativa morte dell’umanità (con la singolare eccezione della moglie del Sultano di Turchia); 2. la scoperta del Polo Nord, che è un lago pieno di occhi con nel centro un’iscrizione che nessuno mai leggerà; 3. l’incendio e distruzione col tritolo di Londra, Parigi, Bordeaux, Bombay, Pechino, Nagasaki, San Francisco e Costantinopoli; 4. la scomparsa per affondamento dell’intera Italia meridionale (con la singolare eccezione dell’isola di Stromboli e di un frammento della provincia di Enna); 5. la Seconda Consumazione del Peccato Originale nella cabina di una nave al largo di Portsmouth; 6. la lotta ventennale tra i Geni del Bene e del Male che si contendono gli ovvi vantaggi di questa ripetizione della Caduta primigenia… [...] Ma il libro ha molte pagine e non sembra possibile né conveniente elencarne tutte le sorprese: si voleva soltanto segnalare che i normali romanzi della fine Ottocento racchiudevano in genere eventi più comuni, e racchiudevano meno eventi.

Parole sante.

Su Feedbooks si trova aggratis la versione inglese; su questo ambiguo sito, invece, quella in italiano, non so quanto legale; su uichipèdia la biografia dell’autore, che fra l’altro fu incoronato re di un’isoletta dei Caraibi col nome di Felipe Primo; il che vorrà pur dire qualcosa.

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Il Serpente Ouroboros

I Guerrieri di Demonland. Notate i baffetti.

Ah! Il «Serpente Ouroboros»! Uno dei capolavori indiscussi del fantasy d’ogni tempo! Un epica saga ambientata sul pianeta Mercurio! Dove gli eroi di Demonland combattono i malvagi emissari di Witchland aiutati dai fedeli alleati di Pixyland e poi -

Ehm. Con calma.
Mi rendo perfettamente conto che se qualcuno mi proponesse di leggere un libro in cui gli eroi della Terra dei Demoni combattono i malvagi emissari della Terra delle Streghe aiutati dai fedeli alleati della Terra delle Fatine probabilmente gli concederei due minuti di vantaggio prima di liberare i coguari: per cui, andiamo con ordine.
La cosa è andata più o meno così. Ho finito il 2010 leggendo «Wunderkind - una lucida moneta d’argento» di GL d’Andrea. Visto come si è concluso l’anno passato, si può dire che sia stata una lettura azzeccata. Perchè abbia scelto di farmi del male leggendo una simile… ehm… insomma… è una storia lunga.
Fatto sta che mi ci voleva una bella botta di high fantasy come si deve – e in questo campo, ci crediate o no, il «Serpente Ouroboros» è uno dei migliori. Trattasi di un bel romanzone del ’22, scritto da tale Eric Rucker (anzi, Rücker, secondo wikipedia, con l’umlaut da vero metallaro) Eddison, leale suddito di sua maestà britannica, cresciuto a pane e mitologia antica, greca, nordica, celtica – e si vede.

Giusto per dare un’idea, immaginate un mix tra il Signore degli Anelli, l’Orlando Furioso, l’Iliade e le tragedie shakespeariane: questo è il «Serpente Ouroboros». E’ davvero un libro «larger than life», come dicono gli inglesi, un libro senza uguali, sia nel bene che nel male. Nel senso che non è un’opera priva di pecche e imperfezioni, e forse conviene passarle subito in rassegna così, se siete di quelli che giudicano un libro in base alla gestione del punto di vista, alla distribuzione degli avverbi o alla coerenza filologica, potete risparmiarvi la fatica di leggerlo.

  • Il signor Lessingham. La storia ci viene propinata sotto forma di una specie di sogno, di visione, che un tale mr. Lessingham, sognatore professionista alla Randolph Carter, intraprende nella sua casetta nella placida campagna inglese. Peccato che a metà del secondo capitolo Lessingham sparisca da un paragrafo all’altro e di lui non si sappia più nulla. Come se l’autore se lo fosse dimenticato. In effetti si possono capire i critici che come Lin Carter hanno definito la faccenda «imbarazzante». D’altra parte, se lo scopo di Lessingham è quello di introdurre il lettore nel mondo in cui la storia è ambientata, il suo compito lo svolge. Come dire che se un amico ci accompagna al cinema non è che per tutto il film teniamo d’occhio l’amico. Oppure sì, ma non è questo il punto.
  • Mercurio e le corna dei demoni. La storia è ambientata sul pianeta Mercurio. O almeno così viene detto a Lessingham. Ma dopo la prima menzione, della faccenda non v’è più traccia. Non che importi molto, visto che ambientare una saga fantasy su un pianeta la cui temperatura diurna è di 350° non ha molto senso. Probabilmente Eddison aveva in mente qualcosa di simbolico, o forse ha scritto la prima minchiata che gli è venuta in mente. Comunque sia, questa faccenda di buttare lì un nome e non dar seguito alla cosa si ripete altre volte: per esempio ci viene detto che i protagonisti, abitanti della Terra di Demonland, sfoggiano un bel paio di corna sulla fronte. Corna d’ariete o d’antilope, e visto che stiamo parlando di principi e nobili signori, sono corna coperte d’oro, di gemme e pietre preziose. Dopodichè non si fa più menzione della cosa. Peccato, perchè Lord Spitfire, con la chioma bionda, la folta barba, la corazza nera, le corna adorne di gemme e piume d’aquila e un filo di fumo che gli esce dalle narici quando si inca**a, è davvero un’immagine epica.
  • I nomi. Già l’idea della Terra di Demonland può far venir la pelle d’oca a molti lettori; sapere che gli altri regni di Mercurio sono Witchland, Pixieland, Goblinland e così via può spingere i più esigenti a gettare il volume dalla finestra e a dedicarsi a R.R. Martin. Tolkien, che era pur sempre filologo fin nel midollo, lamentava proprio la scarsa coerenza interna dei nomi; per esempio, tra i Demoni troviamo Juss, Vizz, Zigg, Spitfire e Goldry Bluszco; altrove ci sono Fax Fay Faz, Lord Gro, Gandassa e Jalcanaius Fostus o qualcosa del genere. Molti di questi nomi risalgono all’infanzia di Eddison, quando si inventava le prime storie di eroi un po’ fumettosi che se le davano di santa ragione. Evidentemente aveva scelto come nomi parole che semplicemente gli piacevano, e li ha tenuti anche se, a distanza di anni, potevano sembrare un po’ idioti. Non so voi, ma io trovo questa fedeltà alle proprie cazzate giovanili commovente.
  • Il problema della traduzione. Un nostro caro amico definisce la versione italiana pubblicata da Fanucci «la bibbia del mattacchione» ed è in effetti vero che raggiunge picchi di nonsense decisamente lisergici. Il fatto è che il libro è scritto in un inglese arcaico, anzi, elisabettiano: uno stile potente, strabordante, eccessivo (anzi, quel genere di libro che fa venire voglia di leggerlo ad alta voce, magari in piedi; Eddison attinse a piene mani, citando le fonti nell’appendice, dalle opere di Shakespeare, Webster e altri) – ma piallato senza pietà da una traduzione banale. Solo che – e qui viene la parte psichedelica – la versione originale era corredata da note esplicative nel caso uno non sapesse cosa fosse un «firkin» o cosa volesse dire «strath». Le note sono state lasciate tali e quali. Così, mentre nella versione inglese possiamo scoprire che «strath» è un arcaismo per «valley», in quella italiana scopriamo con indubbio stupore che la parola «valle» significa «una valle». Voglio lavorare anch’io alla Fanucci. Dev’essere tipo una comune di hippies. Vabbè.

***

Ma a parte questo, cari i miei cosi, «Il Serpente Ouroboros» è un librone. E’ una storia di eroi e traditori, di battaglie colossali, di viaggi in terre misteriose, di mostri orrendi e principesse incantate, di magia e incantesimi e alpinismo. E mazzate come se piovessero. Per stabilire chi sia il più figo di tutti, il Re di Witchland sfida i signori di Demonland (Demonland è governata in pace e armonia da tre fratelli: Juss, Goldry Bluszco e Spitfire) a un duello. Un incontro di lotta, per la precisione: così Re Gorice XI e Goldry Bluszco si incontrano in territorio neutrale, nudi e coperti d’olio, e se le danno di santa ragione. Alla fine è chiaro chi abbia vinto, visto che Gorice giace a terra col collo spezzato. Ma c’è un ma, altrimenti la storia si chiuderebbe dopo cinquanta pagine. Quando uno dei Re di Witchland muore si apre una porta misteriosa nella Torre di Ferro di Carcë, la capitale, e ne esce – dagli abissi infernali – il nuovo Re, che conserva tutti i ricordi e le capacità dei suoi predecessori. Così Gorice XII esce dalla torre con la sua bella corona di ferro a forma di granchio e medita vendetta: evoca un emissario infernale che rapisce Goldry e lo porta chissà dove. I compagni, ovviamente, giurano di non aver riposo finchè non lo ritroveranno. La storia così si biforca: da una parte Juss, guidato da incantesimi e sogni profetici, gira mezzo mondo alla ricerca del fratello; dall’altra Spitfire difende Demonland dagli attacchi degli eterni avversari cui non sembra vero di essersi levati di torno due terzi dei loro più temuti avversari. In mezzo, intrighi e lotte alla corte di Re Gorice, i cui campioni sembrano assai inclini a pugnalarsi alle spalle, metaforicamente ma più spesso per davvero. E così la storia va avanti, tra battaglie campali e duelli all’ultimo sangue, incantesimi e maledizioni, ippogrifi e manticore, fantasmi e prodigi, ma soprattutto personaggi indimenticabili. Lord Gro, il consigliere di Re Gorice, malinconico filosofo, spinto da un insano amore per le cause perse a schierarsi sempre con la parte più debole (Witchland all’inizio, Demonland poi); i generali di Witchland, il vecchio Corund, testa rasata e immensa barba da re assiro, spadone e mantello di pelle di lupo, e Corinius, giovane, bello, impetuoso e completamente folle; e poi i signori di Demonland, e una schiera di principesse orgogliose, regine guerriere, tentatrici e incantatrici al pari di Lady Macbeth o angeliche presenze ultraterrene su cui mi permetterete di sorvolare sennò non andiamo più a casa.

E quando alla fine Witchland cade, ed è chiaro che dopo il dodicesimo Gorice non ce ne sarà un tredicesimo, i signori di Demonland si guardano in faccia e dicono: e adesso? Adesso che al mondo non c’è più nessuno al loro livello, che faranno? Come l’ispettore Zenigata senza Lupin, i nostri eroi si sentono dimezzati, inutili, e la vittoria non sembra più così luminosa. Anche perchè, sebbene su campi opposti, i due regni si riconoscevano quasi come pari: questa è una storia di eroi, dopotutto, e diversamente da Tolkien, in cui è l’uomo comune alla fine a salvare la baracca, qui sono tutti nobili e fighi e in più di un’occasione i guerrieri di Witchland danno prova di onore e lealtà tanto quanto i loro avversari. «Siamo nel regno del melodramma aristocratico,» scriveva Fritz Leiber in una sua recensione, «che non si preoccupa tanto di contrapporre il bene al male, quanto di mettere in scena onorevoli principi, bellicosi e ambiziosi, che si battono contro nemici disonorevoli in vario grado; ma tutt’e due le parti vivono per compiere gesta che stupiranno il mondo». Così gli Dèi concedono ai nostri eroi un desiderio: e il giorno dopo le navi di Carcë arrivano alle porte di Demonland, e un messo giunge a corte portando la sfida di Gorice XI. Il tempo, come il Serpente Ouroboros, si è mangiato la coda, e la storia incomincia daccapo.

Il che vuole forse significare qualcosa?  Chissà. «Questa non è nè un’allegoria nè una favola,» dice Eddison nell’introduzione, «ma una Storia da leggere per il gusto di leggerla». Ed è vero. E’ un libro meraviglioso ed eccessivo, un’opera di altri tempi; è un’opera profondamente «pagana», se mi passate il termine, a volte dionisiaca, nell’esaltazione della guerra, della lotta e della natura selvaggia, e a volte invece «solare», nobile, impassibile, profondamente aristocratica. E soprattutto è un’opera «circolare», che proprio per questo si sottrae al tempo storico per collocarsi nell’universo del mito, là dove Witchland e Demonland, come «il veltro e il cinghiale, continuano la trama di sempre, ma riconciliati tra gli astri».

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Realm of Chaos

Nel lontano 1988 le porte dell’inferno si aprirono e le orde del Caos si riversarono su un mondo indifeso. Va bene, era il mondo dei nerd, e anzi, nella fattispecie nerd inglesi appassionati di giochi da tavolo e di ruolo, quindi alla fin fine nulla di grave. Eppure, con i due volumi di Realm of Chaos la Games Workshop fece il gran salto da semplice produttrice di giochi a fabbricante di universi. C’erano stati, prima, Warhammer, e Warhammer 40,000; ma fu solo con questa coppia di inverosimili oggetti, metà manuali di regole, metà grimori infernali, che questa nebulosa di idee, storie e atmosfera, assunse vita propria.
Il Caos è uno dei capisaldi della mitologia interna di Warhammer; non stiamo qui a entrare nel dettaglio, se non per dire che i Quattro Poteri del Caos sono i grandi “cattivi” del gioco, responsabili di tutto il male del mondo, un po’ come i comunisti qui da noi: Khorne, il dio della guerra e del sangue, Slaanesh, il dio del sesso e della depravazione, Tzeentch, il dio della magia e del cambiamento, e Nurgle, il dio delle malattie e di tutte le cose schifose e puzzolenti. Già.
C’è molto di Moorcock, in tutto questo, partendo dall’idea stessa di Caos fino al simbolo della stella a otto punte che si è fatta strada dalla letteratura fantasy ai giochi di ruolo all’occultismo contemporaneo (la chaos magick di Carroll & compagnia); e, in accordo al concetto che caos è sinonimo di follia, di bizzarro, di inspiegabile, pare del tutto ovvio che questi manuali, in quanto supplementi alle regole di un gioco, siano completamente inutilizzabili. Pagine e pagine di tabelle, regole intricatissime e contraddittorie, complicazioni barocche e surreali – per chi cerca di seguirle è impossibile già solo iniziare a giocare, figuriamoci il resto.
Eppure sono sicuro che la giocabilità non fosse tra gli obiettivi principali dei suoi creatori; anzi, l’impressione è che proprio non ci abbiano pensato: e anche al lettore, tutto sommato, la parte più “ludica” interessa ben poco, perso com’è in una selva di visioni grottesche e parole arcane.
Non credo abbiano avuto un gran successo commerciale; la GW cambiò le regole dei suoi giochi poco dopo, rendendo questi manuali obsoleti. Ci furono altri libri simili, ancora più “estremi” (un’edizione del Liber Chaotica dedicata al dio Tzeentch sfoggiava un’incredibile sovraccoperta in vetro!), ma questi furono senza dubbio dei precursori.
Ogni tanto li riprendo in mano, con reverenziale timore – non fosse altro per la rilegatura, talmente precaria che basta un movimento un po’ brusco per trovarsi la pagina in mano – per vagare per un po’ su questi infiniti campi di battaglia; poi, tra il perplesso e il sollevato, li rimetto al loro posto: non tra i manuali di giochi, ma su un qualche scaffale poco raggiungibile, assieme a libri altrettanto bizzarri e misteriosi.

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Il primo volume di Realm of Chaos, Slaves to Darkness, è disponibile su scribd. Dateci un’occhiata.

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Capolavori della letteratura oritteropea

Huzzah! Huzzah! Gioite, popoli della terra, fumettari, maniaci del fantasy, oritteropofili di tutte le nazioni! Dopo mille peripezie, Cerebus the Aardvark sbarca in Italia! Come? Non sapete chi è Cerebus? L’Oritteropo più truce e manesco che la storia ricordi? Bravi, bravi. Vi indirizziamo a Uichipedia, tanto per cominciare, e a quest’altra recensione, e quando vi sarete fatti una cultura, tornate pure a leggere le nostre impressioni su questo arcano tomo. Fatto? Bene così. Dunque. Cerebus – Alta Società (che è il secondo volume delle avventure del nostro eroe, vai tu a capire perchè non abbiano deciso di pubblicarlo in Italia a partire dal primo, ma vabbè, chi siamo noi per giudicare le illuminate scelte  editoriali della Black Velvet?) è un curioso esempio di “fantasy politica” – una vera e propria saga a base di elezioni, comitati d’affari, seggi, intrallazzi, faccendieri, tassi di interesse, compagnie mercantili, inflazione, e quant’altro. Bene. Tutte cose che per noi, che siamo in campagna elettorale permanente da vent’anni, sono pericolosamente vicine al limite della saturazione. A questo si aggiunga che, come in ogni storia a sfondo politico che si rispetti, la maggior parte dei personaggi ha la statura morale e intellettuale di Domenico Scilipoti. E poi Dave Sim, come disegnatore, non s’offendano i suoi ammiratori, è un cane. E il suo senso dell’umorismo è semplicemente tragico, anche se, verso la fine, qualche risata per sfinimento te la strappa.

Ora, dite quel che volete, ma uno che disegna così non è un gran disegnatore. Sì, d’accordo, uno dei capisaldi del “fumetto indipendente” è che i disegni non devono necessariamente essere perfetti (tipo i primi numeri di Sandman, diomìo, facevano sanguinare le pupille), sì d’accordo, poi magari migliora, sì, d’accordo, vuole essere una parodia di quelle copertine dove c’è l’Uomo Ragno tutto annodato, però, insomma, cheddiàmine. Ecco.

E dunque? Non ci è piaciuto?
Non è questione di “piaciuto” o “non piaciuto” – il fatto è che Cerebus è una di quelle opere che si creano da sè i propri criteri di riferimento. Non c’è nulla nel vasto mondo della letteratura oritteropea cui paragonarlo, per mole, stravaganza e grandiosità d’intento (1). Sim ha costruito un mondo, ci ha ambientato le sue storie, ci ha messo un oritteropo, dicendo, in trecento deliranti episodi, no, per dire, trecento (2), tutto quel che gli andava di dire sulla politica, la religione, le donne, la vita, l’universo e tutto quanto (e a leggere la sua biografia si può star certi che le sue opinioni non siano, come dire, mainstream). Fregandosene altamente di lodi e critiche, ha costruito un mondo sigillato, immenso, dettagliatissimo, e, insomma, totalmente folle. Fosse stata una storia di tre numeri, o di trenta, o un singolo volume, si sarebbe potuta liquidare come una delle tante mediocri graphic novel indipendenti che affollano il mercato, e che si possono tranquillamente evitare di leggere senza che il nostro sviluppo spirituale ne risenta – ma trecento episodi, vivaddìo, meritano rispetto. E’ strano come certe idee, che in altri formati potrebbero essere liquidate come semplici cazzate, se portate avanti fino a raggiungere un volume sufficiente diventano… ehm… come dire… (3). Prendete per esempio il Codex Seraphinianus: sono trecento pagine di disegni surreali e incomprensibili. Prendete La Vita & le Opinioni di Tristram Shandy: sono nove volumi di deliri e sproloqui su nulla in particolare. Prendete Le Babbucce di Zinco: duemila e cinquecento capitoli di undici parole ciascuno su gente che si scambia la milza. In certi casi la mole stessa di un’opera la pone su un altro piano. La fa diventare un qualcosa a sè, che non si può giudicare in rapporto ad altri lavori magari simili nell’idea o nello stile, senza perderne lo spirito. Un po’ come le piramidi, o i disegni della Piana di Nazca. Pensate se la Piramide di Cheope fosse stata alta un metro e mezzo, di certo non sarebbe finita tra le Sette Meraviglie del mondo. Invece è alta 146 metri, vagli a dire qualcosa. Oppure quei tizi che costruiscono paesaggi o locomotive o torri eiffel usando milioni di stuzzicadenti, o quelli che non si tagliano unghie e baffi per trent’anni, o cose simili. Per quanto si possano nutrire riserve sull’aspetto estetico della faccenda, non si può che ammirarne l’impegno.

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(1) Probabilmente il fatto che l’ispirazione gli sia venuta sotto LSD c’entra qualcosa. Viene in mente quell’altro scrittore di fantascienza che ideò la sua saga durante una crisi di asma…
(2) Quello che Sim sostiene essere “the longest sustained narrative in human history”, e noi vorremmo replicare con un pacato “ma ci faccia il piacere”.
(3) Lasciamo ad altri ben più audaci il compito, senza dubbio fruttifero, di esplorare il nesso tra i termini “cazzata” e “figata”.

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