Il Seme Inquieto

chapman

In un futuro non troppo remoto il mondo è al collasso a causa della sovrappopolazione. Avere più di un figlio è un reato, il cibo scarseggia e lo stato incoraggia l’omosessualità. Tristram, sfigatissimo insegnante di storia, scopre in breve tempo che a) non farà carriera in quanto eterosessuale; b) sua moglie aspetta di nuovo un bambino; c) non è un bambino, sono due gemelli; d) il padre non è lui ma suo fratello Derek, politico di belle speranze e come tale del tutto privo di scrupoli morali. E mentre Tristram cerca di ottenere un minimo di giustizia (ubriacandosi, insultando poliziotti e facendosi rinchiudere), il sistema collassa, lo Stato si arrende e tutto precipita prima nell’anarchia, e poi in una specie di società feudale dove la gente può finalmente dare sfogo ai propri istinti repressi. E via con le orge, i riti della fertilità ripescati da chissà dove, i massacri e soprattutto il cannibalismo, unico sistema per affrontare contemporaneamente i due grandi problemi della sovrappopolazione e della scarsità di risorse.
“il Seme Inquieto” di Anthony Burgess, sì, quello di Arancia Meccanica, 1962, è un romanzo divertente assai (ah! un divertente romanzo sul cannibalismo! proprio quello che ci voleva!) e  pesantemente sarcastico, quel genere di parodia un po’ sgangherata molto anni ‘60 (e sempre molto molto british, nonostante il linguaggio pirotecnico tipico di Burgess e la relativa traduzione psichedelica); si parla di sesso e di repressione, di politica e di controllo, di guerra e di ingiustizia sociale; ma, sebbene nell’ambito di uno stesso genere, siamo ben lontani dalle atmosfere di “1984” o dal “Mondo Nuovo“. Soprattutto perchè nelle 300 pagine del romanzo si passa da uno stato autoritario, alla totale anarchia, al sorgere di un nuovo governo che si dimostra inetto quanto il precedente – per finire con un’inevitabile guerra totale, una guerra di sterminio senza altri motivi, a ben vedere, che quello di sfoltire un po’ la popolazione. Come a dire che se le cose vanno male, non è colpa di questa o quella scelta politica: sono proprio gli uomini a essere bacati. Una posizione tutto sommato comprensibile.
Comunque, filosofia spiccia a parte, c’è molto di Monty Python in questo libro: militari ottusi, politici arroganti, omosessuali grotteschi, contadini subumani e predicatori fanatici. E da fanatico io stesso dei MP non posso fare a meno di notare che Michael Palin sarebbe perfetto nel ruolo di Tristram, Graham Chapman come Derek, John Cleese come il Beato Ambrose Bayley e Terry Jones come l’untuoso capitano Loosley – manca una parte per Eric Idle ma ci penseremo.
La sapete, no, la storia delle dimensioni parallele. Se esistono infinite dimensioni, tutto quello che possiamo immaginare, da qualche parte, è realtà. Così, da qualche parte negli infiniti meandri del multiverso Stanley Kubrick ha filmato “Il Seme Inquieto” anzichè “Arancia Meccanica” – coi Monty Python. Curioso.

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«Spigolature»

Wunderkammern♦ Così, per esempio, May Wiltse, di Venice, California [...], scrive al dottor George Hale, fondatore dell’Osservatorio: «Nel 1926 andai a Washington a trasmutare l’argento in oro per conto del governo degli Stati Uniti e ho ancora il loro resoconto. ma LA COSA FU MESSA A TACERE per ragioni che non posso dire.»

♦ Degnatevi di scusarmi, nobile castellano, se io stesso vengo a bussare alla pusterla della vostra fortezza, senza farmi precedere da un paggio o da un nano sonator di corno, e questo  a ora così tarda. Necessità non ha legge, e costringe le persone meglio educate del mondo a qualche atto scorretto.

♦ «La guerra, a volte, è necessaria», disse Camulos. «Non disse forse, il Primarca Alpharius, che la guerra è la sola igiene della Galassia?»

♦Alla fine del diciannovesimo secolo si riteneva che l’uomo avesse raggiunto la più vasta conoscenza del mondo materiale, che non fosse rimasto più niente da fare se non tenere gli occhi aperti e stabilire le priorità. Le stelle si muovevano conformemente a dei calcoli non molto diversi da quelli necessari per far funzionare una macchina a vapore. Lo stesso valeva per gli atomi, e via di seguito. Una società perfetta era perseguibile e poteva essere costruita un po’ alla volta, secondo un piano prestabilito. Nelle scienze esatte queste teorie ingenuamente ottimistiche sono state abbandonate molto tempo fa, ma sono ancora vive nei processi del pensiero della vita quotidiana. Il cosiddetto “senso comune” fa affidamento su una programmata non-percezione, dissimulazione, irrisione di tutto ciò che non rientra nella convenzionale visione del diciannovesimo secolo. di un mondo che può essere spiegato fin nei minimi particolari. Ma intanto, nella realtà, non puoi fare un passo senza incontrare qualche fenomeno che non riesci a capire e che non capirai mai senza l’uso della statistica. E così abbiamo, per esempio, il famoso duplicitas causum dei dottori, il comportamento delle folle, e il periodico ripetersi del contenuto dei sogni, o fenomeni come il sollevarsi di tavoli.

«Bella pel nome delle dita, degli omòplati, dei lacerti e degli interscapolari. Ave, castamente fecondata, in cui carne non fu titillata da lasciva libidine!»

♦ Un aspro suon di tromba
Che pare un urlo, da lontan rimbomba:
Se libera è la via,
La corsa si trasforma in frenesia!
Non rallenta, nè aspetta,
L’Automobile va come saetta!
La polve si fa nuvola e l’involve…
Chi lo mena – respira a mala pena -
Gli batte il cuor ed ha la gola asciutta
E intravede angosciato un’ora brutta!
Ma, di repente, scaccia ogni paura
E piglia anche il pericolo in burletta
Tetragono l’ha fatto l’ANGOSTURA…
… L’Automobile va come saetta!

♦ Tutti noi siamo enigmatici. É una questione di grado. Ciascuno di noi ha delle cose che preferirebbe tener nascoste alla vista di altri, anche di coloro cui è legato: qualche peccatuccio segreto, fragilità, timori, anche speranze cui non si osa dar voce; eppure, tutto sommato, questi sono misteri veniali e non impediscono a coloro che ci amano di più di conoscerci quali siamo nella sostanza. Ma ci sono persone che non sono affatto ciò che sembrano.

♦ Ricotte mastodontiche / cipolle metafisiche / carabinieri bulgari / sognavano

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Citazioni tratte da: L. Weschler, Il Gabinetto delle Meraviglie di Mr. Wilson; T. Gautier, Il Capitan Fracassa; G. Macneil, Mechanicum; S. Lem, L’Indagine; Inno bizantino alla Vergine, citato da F. S. Sardi in Il Natale ha 5000 Anni; pubblicità del Cognac Angostura (il migliore confortabile!) trovata su un Giornalino della Domenica del ‘22 o giù di lì; M. Cox, Il Significato della Notte; D. Riondino, Franco da Catania (addiacciante presa di culo ironica manifestazione di affetto nei confronti di Battiato – la definizione viene da qui, ove troverete pure il testo)

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E un’Altra Cosa…

panicAnd Another Thing…” è il titolo del sesto romanzo della fortunata saga della Guida Galattica per gli Autostoppisti. Douglas Adams ha lasciato questa valle di lacrime nel 2001, ma la morte è un ben misero ostacolo di fronte alla possibilità di fare montagne di soldi sfruttando un marchio di successo, e quindi qualche pezzo grosso (pezzo di non dico cosa) ha deciso che sarebbe stata una buona idea affidare a un altro autore il compito di scrivere un nuovo capitolo. In effetti è una cosa che dà da pensare, il fatto che ci siano dei tizi che hanno il Potere – il Potere di dire di sì a minchiate come questa, come (agh) Ritorno a Casa Usher; (aaargh!) Blues Brothers 2000, (AAAAAARGH!) Higlander 2. E aspettate che schiatti Cristopher Tolkien e ci beccheremo LOTR 2099, Le Avventure del Giovane Aragorn, Moria 90210 ed X-Treme Silmarillion. Perchè? Possibile che non se ne rendano conto? Possibile che ci sia qualcuno che ha detto davvero “Blues Brothers 2000? Ottima idea! Sarà un successo!”. Ci sarebbe da riflettere poi sul fatto che qualcuno – in questo caso Eoin Colfer -  accetti l’ingrato compito, correndo il rischio di essere ricordato poi come “quel pirla che ha scritto / diretto il seguito di —”. Ma, come si suol dire, vabbè.
Comunque, il fatto che il romanzo inizi con loro che scoprono che è tutto un sogno (ok, una simulazione olografica, ma è uguale) non è che ben disponga il già un po’ schifato lettore. Il fatto che Zaphod non abbia più due teste ma una sola così è più facile per il film, non migliora le cose. Il fatto che vengano fatti continui riferimenti a “Praticamente Innocuo” (considerato da molti il peggiore dei cinque canonici, e da più ancora “una vera merda”), è poi particolarmente fastidioso. Il senso di ipocrita perbenismo strisciante che si insinua verso la metà del libro, quando ti rendi conto che stiamo dando un po’ troppo spazio ai problemi adolescenziali di Random Dent, figlia di Arthur e Trillian, e ai suoi conflittuali rapporti coi genitori (soprattutto con Trillian, perchè Arthur, almeno nella prima metà del libro, ha la personalità e l’entusiasmo di un’ameba con l’Alzheimer), e a quanto è bello essere una famiglia che ci si vuole tutti bene (non solo. Anche il Prostetnico Vogon Jeltz ha un figlio con cui ha un rapporto conflittuale e che probabilmente è pure un po’ gay. Faccio fatica io per primo a credere a quanto ho appena scritto) – tutto questo, dicevamo, fa un po’ girare i sacri ammennicoli. Ma soprattutto è lo stile. Eoin Colfer ha scritto un sacco di cose che non ho mai letto, per esempio la serie di Artemis Fowl, di cui parlano un gran bene – ma ormai, nel mio cuoricino, è “quello sfigato che tenta di imitare Douglas Adams”. Lo stesso stile, lo stesso umorismo, le stesse gag, gli stessi nomi. Per quante buone intenzioni possa aver avuto il caro Eoin, il risultato è fasullo, senza vita, patetico. L’ho piantato a metà, ringraziando Gigapedia e il mio Cybook che non ci ho speso soldi.
Poi magari mi sbaglio, magari sono io che non colgo. Dopotutto a me il film è piaciuto assai mentre da molti fan viene schifato e sputazzato. Ma non importa. Ogni volta che nominiamo questa porcheria, un Dentrassi, un Demoniazzo Silastico, una Bestia Bugblatta, un Santo Frate Pranzista avvizzisce e scompare. Per cui faccio solenne voto di non parlare mai più di “E un’altra cosa…”

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Gli Dei di Pegana

Invece, a proposito di Lovecraft, poi mi sono letto “Gli Dei di Pegana”, di Lord Dunsany. Il quale, come ben sapete, fu una delle principali fonti di ispirazioni per il Visionario di Providence (e per un sacco di altra gente). Di suo (di Dunsany, non del V.d.P.) avevo già letto con gran soddisfazione “La figlia del Re degli Elfi” – dal quale peraltro è stato tratto nei felici anni ‘70 un inascoltabile album di folk-rock con Cristopher Lee (non vi sembra di cogliere in tutto questo un oscuro disegno?). Comunque, “Gli Dei di Pegana” è una strana cosmogonia silmarillionesca: un Silmarillion in acido, direi, assai curioso, assai legnoso, come un grande albero pieno di frutti variopinti e fiori profumati e insetti fastidiosi e bizzarri funghi tra le sue radici, e spesso capace di strappare un sorriso: la principale differenza tra i due succitati autori è che Lovecraft era costituzionalmente incapace di divertirsi, e il suo mondo fittizio ne riflette il carattere. Dunsany no. Per dire:

Alhireth-Hotep il Profeta

Quando Yug non fu più Yug gli uomini dissero ad Alhireth-Hotep: “Sii tu il nostro profeta, sii saggio come Yug”.
E Alhireth-Hotep disse “Io sono saggio come Yug.” E gli uomini erano felici.
E Alhireth-Hotep disse, della Vita e della Morte: “Questi saranno affari di Alhireth-Hotep.” E gli uomini gli portavano doni.
Un giorno, Alhireth-Hotep scrisse in un libro: “Alhireth-Hotep conosce Tutte Le Cose, perchè ha parlato con Mung” (il dio della morte)
E Mung apparve alle sue spalle, facendo il gesto di Mung, e disse: “Conosci tutte le cose, eh, Alhireth-Hotep?” E Alhireth-Hotep prese il suo posto tra le Cose che Non Erano Più.

E poi le illustrazioni:

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“Gli dei di Pegana”, come la maggior parte delle altre opere di Dunsany, si trova aggràtis su Feedboks, sul Project Gutenberg e sull’Internet Archive.

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Indagini sui Miracoli Termodinamici

Paranoia: Paura e Ignoranza, Ignoranza e Paura!“Ehi Ray, ti ricordi qualcosa della Bibbia, riguardo agli ultimi giorni quando i defunti escono dalle fosse?”

Per rimanere in tema di gialli e d’Inghilterra, “L’Indagine” di Stanislaw Lem (quello di Cyberiade) ben si addice a esemplificare quel discorso sul come e il perchè e sulla razionalità di cui sopra. Un detective di Scotland Yard è incaricato di scoprire chi si nasconde dietro alla scomparsa di alcuni cadaveri in obitori di provincia. Un poliziotto sembra essere stato testimone di una di queste sparizioni: ma, sconvolto da ciò che ha visto, è fuggito finendo sotto una macchina – e finchè non esce dal coma non lo si può interrogare. Non solo: un matematico afferma di sapere quanti casi ancora ci saranno, e dove – e dimostra come vi sia una relazione ben precisa tra i luoghi, le date, e le temperature medie in gennaio. E ci azzecca. “Aspetti un momento, lei sta dicendo che i cadaveri scompaiono non perchè qualcuno li ruba ma per un qualche fenomeno fisico che non conosciamo?”
Oltretutto Lem è abilissimo nella nobile arte di menare il can per l’aia senza che il lettore se ne accorga. Nel “Pianeta del Silenzio”, per dire, uno dei personaggi a un certo punto apre un libro a caso e inizia a leggerlo, e per una trentina di pagine ci viene raccontato quel libro, lasciando perdere la trama principale. Ci vuole del genio per divagare così tanto senza spazientire il lettore, anzi, trascinandolo ancora di più dentro il romanzo. Una buona stradina laterale magari serve per allungare il brodo, ma se ben fatta consente di esplorare, di sentire l’atmosfera. Come nel “Manoscritto trovato in una Vasca da Bagno” (Memoirs found in a Bathtub, giuro, esiste davvero, un romanzo minore di Lem, un incrocio tra il Dottor Stranamore e Paranoia), che è fatto in pratica solo di giri a vuoto, deviazioni e stradine laterali. Qui, invece, ci viene raccontato della spettrale casa vittoriana in cui il tenente Gregory ha una camera in affitto, e dei lunghissimi corridoi alla Shining, in cui arranca l’anziana padrona, che regolarmente si ferma dietro la porta a origliare; o i dialoghi tra il tenente e l’ispettore capo, in una stanzetta male illuminata e strapiena di libri, ma aspetta un attimo, cos’è quel quadro appeso al muro? E’ troppo buio per vedere… è una fotografia? Di un cadavere? L’ispettore capo Sheppard tiene delle foto di morti appese al muro? E intanto come niente fosse parla di morti che scompaiono, di dischi volanti, di scene da Vecchio Testamento?
Tutto questo, le indagini inutili, i pedinamenti, gli inseguimenti, serve sì a creare un’atmosfera tra il noir e il racconto di fantasmi e lo sceneggiato anni ‘60 (quegli sceneggiati in bianco e nero che riuscivano a metterti un’angoscia mortale senza mostrare niente – tipo Zaffiro e Acciaio), ma soprattutto a rendere lo smarrimento del tenente Gregory, il quale prosegue la sua indagine, sperando che un colpevole ci sia, perchè l’alternativa è semplicemente impensabile.
Non un banale ladro di cadaveri; non satanisti, alieni, zombie o resurrezioni da fine dei tempi: semplicemente una faccenda statistica, lo spalancarsi di un abisso di arido, mortale nonsenso lovecraftiano, il crollo di tutte le nostre certezze sulla realtà: perchè, statisticamente è possibile che un meteorite, una volta su centomila, colpisca una persona; o che, una volta su dieci miliardi, un cadavere si alzi dal tavolo anatomico e si metta a strisciare. “L’Indagine” è un romanzo soffocante, onirico, come quei sogni da eccesso di peperonata in cui ci si dibatte e si arranca senza sapere nè che cosa si deve fare nè perchè; un gran bel giallo, come quelli di Asimov, per chi non ama i gialli; uno di quei libri che ti tengono sveglio la notte.

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Sulla Funzione Consolatoria del Giallo

jokscand01Ebbene sì, cari figliuoli. Anche quest’anno il Santo Natale è venuto e passato. Noi, invece, siam sempre qui, saldi come i Bastioni di Orione, a far la guardia a un barile come ben illustra l’immagine qui accanto, e a ragguagliarvi con dovizia di dettagli sulle nostre letture che di certo vi interesseranno dimolto. Come resistere, per esempio, al fascino de Il Natale di Poirot, della inossidabile Agata Crìsti, che per giunta il cognome ben s’adatta allo spirito & alla natura delle feste or ora trascorse? Oltretutto mi pareva cosa buona & giusta colmare una lacuna incresciosa, visto che arrivare alla mia età senza mai aver letto un Giallo Mondadori di cui peraltro ho la casa piena mi sembrava indelicato. Comunque, per farla breve. Avete presente i Casi dell’Ispettore Ford di Woody Allen? No? Peccato, perchè sono il paragone più calzante (1). Più che libri, i gialli classici, i whodunit, sono giochi di prestigio. L’autore attira la tua attenzione su dettagli che ti sembrano importanti, e intanto alle tue spalle porta avanti il suo piano diabolico (nel senso che arrivi alla fine, e non hai capito chi è l’assassino, oppure hai fatto le tue deduzioni ovviamente errate e ti sembra di sentire la sinistra vecchiaccia che se la ride) – come qui, per esempio: l’incredibile somiglianza tra due personaggi, che si rivelano strettissimi parenti, è sottolineata in media ogni venti righe: e tu fai le tue ipotesi, e intanto c’è un terzo personaggio che somiglia incredibilmente agli altri due, ma viene detto una sola volta più o meno così: cazzoperòmaquantovisomigliate. E poi più nessun accenno. E dunque arrivi alla fine, dove il detestabile Puarò ti mostra quanto è più intelligente di te e dell’assassino, descrivendo un piano così cervellotico che neanche gli Enigmi Polizieschi Illustrati della Settimana Enigmistica (tipo Il Nostro Amico Leo Indaga) arrivano a tanto, e ti chiedi: ma perchè? Perchè in realtà il giallo, almeno questo tipo, è una specie di Commedia dell’Arte, in cui la verosimiglianza conta assai poco: i personaggi sono maschere (a partire dall’investigatore): il ricco avvoltoio che poi schiatta e sotto sotto non ci dispiace affatto, il politico gradasso, l’artista fallito ma d’animo sensibile, la bellona arrivista, il segretario truffaldino, il maggiordomo inamovibile, e così via; le scene stereotipate, quasi rituali (l’immancabile riunione dove si svela il colpevole, le scene a due che servono a fornirci indizi), la conclusione inevitabile.
E’ un genere consolatorio, il giallo, a pensarci bene: soddisfa un bisogno assai comprensibile e diffuso, il bisogno di giustizia, ma ancora più profondamente, soddisfa il bisogno di sapere “come” e “perchè”, due domande che più fondamentali non si può – due domande a cui assai di rado possiamo dare risposte in tutta una vita, figuriamoci in cento pagine. Il mondo in cui si svolgono i gialli è un mondo comprensibile e soprattutto razionale: se leggeste un giallo in cui Puarò scopre che il ricco Simon Lee è stato ucciso col potere del VUDU’, cosa direste? Che minchiata. Esatto. Perchè invece se l’assassino uccide il vecchio, e lo ricopre di sangue di maiale e poi simula una rapina rovesciando i mobili (compreso il “greve tavolo” – la traduzione anni ‘40 è spesso quantomeno curiosa) e poi lega suppellettili e gingilli vari a una corda che fa penzolare dalla finestra, e poi torna due ore dopo (mentre al piano di sotto non sentono un’ostia perchè stanno “sonando il grammofono”) e va in giardino e tira la corda e tutte i vari arnesi cadono a terra simulando il rumore di una colluttazione e togliendo il tappo a un palloncino collegato a una specie di fischietto che produce un rantolo d’agonia, beh, questo va bene. Nella vita reale lo avrebbero beccato in giardino a strattonare la corda (”Scusi, buon uomo, ma esattamente, checcazzo sta facendo nel mio giardino?”). Nella vita reale avrebbe sterminato tutti i presenti a colpi di kalashnikov e poi dato la colpa alle bande di slavi che rapinano le ville. Ma, come dicevo, non è una questione di verosimiglianza o di plausibilità. E’ un gioco di prestigio. Arrivi alla fine e dici “‘Azz- non ci sarei mai arrivato” (”perchè è una cazzata”, aggiungono alcuni, ma in silenzio).

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(1) “Chi può volere lo zaffiro Bellini?” chiese il curatore del museo. “Non sanno che è maledetto?”
“Beh,” disse l’Ispettore Ford, “sarà un gioiello portasfortuna ma è di valore, e se lo volete indietro, andate alla salumeria Handleman e arrestate Leonard Handleman. Troverete lo zaffiro nella sua tasca.”
Come ha fatto a sapere l’Ispettore Ford chi era il ladro del gioiello?
Il giorno precedente, Leonard Handleman aveva detto: “Urca, che lavoro di merda mi tocca fare. Ma un giorno o l’altro…”
(Woody Allen, Citarsi Addosso, Bompiani 1989)

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Le Virtù di Sparta

plutacchioVisto che di recente si è parlato (ma che stiamo a fare i fighi, se ne è parlato nel post precedente), su queste pagine, di ideologie reali o immaginarie, casca a faggiuòlo questo librettino, giunto nella nostra sconfinata biblioteca come colomba dal disìo chiamata o qualcosa del genere, grazie ad Azzurra, anobiiana genovese, cui rivolgiamo un saluto affettuoso & un sentitissimo GRAZIE! E dunque: Sparta! Ora, quando uno dice Sparta, la prima cosa cui si pensa è «Sparta, l’avversaria storica di Atene, durante, boh, le guerre del Peloponneso-». Anzi no, la prima cosa cui si pensa è un energumeno barbuto ma perfettamente depilato che grida «This is Spartaaaaa!». E giù mazzate. Cosa fu Sparta ce lo dice la storia: un esperimento sociale, una società perennemente in guerra, un tentativo destinato al fallimento di isolarsi dal mondo. Si, ma poi? Poi Sparta è uscita dalla storia ed è entrata nel mito.
Gli Apophtegmata Laconica di Plutarco sono una raccolta assai succosa di detti, aforismi e pinzillacchere, appunto sugli spartani, in genere composti sulla falsariga di “ma quanto sono fighi gli Spartani” (il nostro preferito? «Vedendo uno che faceva una colletta per le divinità, uno spartano disse che non aveva nessuna stima per un dio che fosse più povero di lui.». Applausi.). Il mito di Sparta ha avuto vita lunga, ben prima di Frank Miller ne parlarono Napoleone, Bismarck, i nazisti e compagnia bella (oddìo, bella – forse sarebbe più adatta l’espressione «cani & porci»). Come dar loro torto? L’idea di una società di Uguali, valorosi e fieri, avvezzi a sopportare ogni privazione e soprattutto certi di esser sempre nel giusto – chi non sentirebbe il fascino di tale mito?
Lo dice bene la succosa introduzione di Dario Del Corno, di cui riportiamo un brano che sembra scritto apposta per i nostri tempi:

«Il governo dei “migliori” contro quello dei mestieranti della politica; un reciproco controllo delle funzioni che era garanzia di equilibrio, contro la cronica instabilità delle democrazie; la sovranità della legge, contro la passionalità dei collegi giudicanti. Soprattutto, Sparta rappresentava la nostalgia della sobrietà: tanto nello strenuo controllo dei consumi [...], quanto nell’economia della parola. Altrove la comunicazione era pervasa da fiumi di incontrollata emotività che intorbidavano la vita collettiva, sostituivano ai concetti le opinioni e le passioni, impostavano scelte affidate alla retorica anzichè alla persuasione, sollecitavano perversi protagonisti. Ma gli Spartani amavano tacere e, quando parlavno le loro frasi erano scabre e rade, come oracoli: andavano al cuore delle cose, e come questo erano talvolta indecifrabili».

Poi, ovviamente, come in ogni mito, ognuno ci vede quel che vuole, ed evita accuratamente quello che meno si adatta alla propria visione del mondo (che spesso col mito in questione c’entra assai poco). Per dire: il guerriero spartano è l’emblema della marzialità maschia e tracotante? Sì, ma a Sparta l’omosessualità era tollerata e praticata – anzi, uomini e donne, pur sposati non potevano dormire assieme. Gli Spartani, popolo sobrio e sdegnoso di lussi e comodità? Va bene, ma a) non si lavavano, b) non si tagliavano nè barba nè capelli, c) avevano diritto a un solo abito. Sai che pacchia (e mi limito a citare di sfuggita il piatto tipico spartano, il sinistro Brodo Nero).
Noi abbiamo abbandonato da tempo l’idea che i fatti storici possano avere un’interpretazione univoca, e poco ci stupisce che Sparta venga vista da alcuni come un’utopia e da altri come un covo di mentecatti guerrafondai. Sparta è diventata un simbolo, e come ogni simbolo ha molti significati, spesso contraddittori (chiedete a un indù cosa rappresenta la svastica, vi dirà che è un simbolo di buon augurio; chiedetelo a Calderoli – ma anche no). E’ assai probabile che gli Spartani fossero, alla fin fine, soltanto dei tizi, che avevano cercato un modo decente per vivere in questa valle di lacrime, come han sempre fatto tutti sin dall’alba dei tempi – senza trovarlo, peraltro, perchè la società perfetta non esiste, nè può esistere – visto che è fatta di uomini e gli uomini, per primi, non sono perfetti.
Resta, piuttosto, il valore, per così dire, «personale» di una simile raccolta. Perchè questo è uno dei classici “libri da comodino”, da sfogliar di tanto in tanto quando lo sdegno per la rilassatezza dei costumi e per la decadenza dei nostri tempi barbari & incivili rischiano di sopraffarci; e perchè la propria interiorità è l’unico posto dove si possa tentare di tradurre in realtà un mito senza far disastri; e, in effetti, senza arrivare al Brodo Nero of Doom, da questi austeri signori c’è ancora molto da imparare.

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Se l’Italia – Manuale di storia alternativa da Romolo a Berlusconi

Fascistiii su Marteee, rosso pianeta bolscevico e traditooooor...Noi vogliamo tanto bene a De Turris, perchè in Italia certe cose ce le fa leggere solo De Turris. A pensarci bene, però, questa frase si presta a una doppia interpretazione, nel senso che, in Italia, certe cose ce le fa leggere solo De Turris, se ci seguite. E questa antologia di storie alternative ne è la riprova. Sono diciotto racconti di Italie parallele, situate altrove negli infiniti labirinti della Storia; futuri possibili, o presenti, o passati, conseguenze di un evento che per noi è successo e per loro no, o viceversa. La storia d’Italia, poi, se ci si pensa, è particolarmente adatta allo scopo: pochi paesi al mondo possono vantare una tale concentrazione di popoli, regni, religioni, guerre, intrighi e intrallazzi politici. E se poi ci si spinge anche alla Storia non ufficiale, ai complotti e alle cospirazioni e alle sette segrete, c’è materiale non per una antologia ma per un’intera biblioteca. Il problema sono i racconti, perchè, non ce ne vogliate, ehm, ma questi non è che siano ’sto granchè.
E’ una limitazione del genere, direte, e con buona ragione: l’ucronia mal si presta, a nostro modesto parere, al racconto, perchè una parte delle pagine a disposizione la devi impiegare per spiegare (?) in cosa quel mondo differisce da questo. Ma il lettore lo sa e si mette l’anima in pace, anzi, in molti casi è la principale attrattiva della storia. Come in un film di mazzate ammericano, dove lo spettatore sa che i suoi 10-15 minuti di inseguimenti in auto non glieli leva nessuno, e altrettanti di sparatorie. Un bravo autore riesce a tenere tutto sottotraccia, sullo sfondo, amalgamandolo alla narrazione principale; altri, meno bravi, ricorrono al vecchio, inverosimile, fastidiosissimo espediente dei personaggi che a un certo punto si siedono a un tavolo e si raccontano l’un l’altro la Storia. E qui ce n’è parecchi.
Confessiamo da subito di non averli letti tutti: quello che vede Dante Alighieri indagare su un omicidio, per dire, non c’è stato verso. I gialli ci piacciono poco, ma soprattutto quelli coi personaggi famosi che indagano. Dante, Machiavelli, Giordano Bruno, Kant, ma per favore. Anche se mettiamo per iscritto che siamo disposti a pagar dei soldi per leggere I Casi dell’Ispettore Hitler, le Indagini di Padre Pio e soprattutto Gesù Cristo, Investigatore Privato. E’ pur sempre vero che poi ci siamo gustati la rutilante cialtroneria de «Il sorriso di Madonna Lisa», in cui un Leonardo da Vinci – Batman, con maschera e mantello nero, combatte criminali, saraceni e Savonarola piombando dal cielo sulla sua macchina volante (e, grazie ai suoi studi di anatomia, conosce i segreti dei punti di pressione, come Xena la Principessa Guerriera! E c’è il bat-segnale e la bat-caverna e pure un robottone gigante! Yay! Applausi per Francesco Grasso!). Ma qui siamo su un altro piano: basta immaginarlo con la faccia di Bruce Campbell e il gioco è fatto.

E’ proprio qui, il problema: la mancanza di ironia, che appesantisce il tutto; spesso sembra che gli autori (in massima parte a noi sconosciuti, anche se fra loro i vincitori del Premio Tolkien [e qui ci starebbe stato bene un link al sito ufficiale del Premio Tolkien, ma non c'è] non si contano) ci credano veramente, alle immancabili nostalgie imperiali – romane o in camicia nera – o alle inevitabili paranoie anticomuniste (in «Fumata bianca», per esempio, il riuscito assassinio di papa Wojtyla da parte del KGB scatena la FINE DEL MONDO! Pauuuuura!). Forse è colpa nostra, forse è un’ironia che non riusciamo a cogliere, eppure ci pare che un po’ più di leggerezza non avrebbe guastato, e che i racconti migliori siano proprio quelli che non si prendono troppo sul serio (il che non vuol dire che debbano esser comici o parodistici – se vi capita, leggete «”Il Fascio sulle Stelle” di Benito Mussolini», di Massimo Mongai, e poi ci direte). Come  «Marcia Imperiale» – l’Impero Romano contro i nazisti (!): è semplicemente “troppo” per non essere ironico. Speriamo. Oppure «Cielo Sereno», sui successi della Grande Torino scampata alla tragedia di Superga, o «il Segreto di Carzano», su un’alternativa conclusione della Prima Guerra Mondiale (che, fra l’altro, è uno dei pochi racconti, qui dentro, a non cadere nella tentazione di mettere tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall’altra).

Oppure, e chiudiamo, «l’Esame», in cui l’Europa Unita si dimostra ben più unita di quanto non sia qui da noi, tanto che gli USA chiedono di entrare a farne parte. E, buttato lì con nonchalance, si ipotizza uno scandalo che vede il nostro Amato e Asfaltato Leader coinvolto in un giro di prostituzione minorile. Ha ha ha. Pura fantascienza.

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Barlowe’s Inferno

Molti, in questo periodo incerto, hanno nostalgia dei bei roghi che S.M. Chiesa Cattolica (TM) organizzava ai bei tempi per bruciare eretici, streghe e finocchi, o, in mancanza di meglio, libri ritenuti sospetti (i dischi metal no, perchè ancora non esistevano). Alcuni temono che quei tempi possano tornare, altri lo sperano, altri ne sono pressochè certi. Sta di fatto che per bruciare un libro come questo dovranno mettercisi d’impegno, perchè abbiamo l’impressione che al solo tocco possa incenerire un domenicano di 26° livello. E’ una raccolta di visioni infernali: visioni d’orrore, bizzarria e sconfinata potenza. Un libro da sfogliarsi con cura e attenzione, e non poca soggezione; perchè niente ci leva dalla testa l’idea che il signor Barlowe queste cose le abbia viste davvero.

Agares

War Horse

Bloodline

Hell's Firstborn

Sargatanas

The Wargate

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«Spigolature»

Il Signor Head, filosofo.

  • «Finalmente un uomo grande e grosso lo ha colpito alla testa da dietro e una donna che si era già battuta da qualche altra parte è arrivata con un braquemar e ha tagliato l’avern… non di lato, ma perpendicolarmente, lungo lo stelo. Poi alcuni uomini hanno fermato l’ipparca e io ho sentito la spada della donna colpirlo sull’elmo.»
  • Lo stemma bolscevico ripropone gli dei delle rifondazioni, l’astro rosso di Marte, il martello di Vulcano e la falce di Saturno.
  • Però al valoroso Heroe fa di mestieri, per il conseguimento di sì alta ventura, uccidere il detto Dragone: cioè gli conviene spagiricamente combattendo, con acuta lancia pironomica trafiggere il cuore a detta magica Terra, e trarne l’anima fuori.
  • «La colata piroclastica!», gridò Orlo Quadratico.
    «Cosa?», chiese Umberto.
    «Niente! Niente! Metti in moto, perlamordiddio!»
  • E passando ad un ordine più elevato d’idee, interessante sarà ricercare qual forma d’ordinamento sociale sia più conveniente ad un tale stato di cose, quale abbiamo descritto; se l’intreccio, anzi la comunità d’interessi, onde son fra loro inevitabilmente legati gli abitanti d’ogni valle, non rendano qui assai più pratica e più opportuna, che sulla Terra non sia, l’istituzione del socialismo collettivo, formando di ciascuna valle e dei suoi abitanti qualche cosa di simile ad un colossale falanstero, per cui Marte potrebbe diventare anche il paradiso dei socialisti.

Citazioni tratte da: Gene Wolfe, L’Ombra del Torturatore; Elèmire Zolla, Archetipi; Cesare della Riviera, Il Mondo Magico de gli Heroi; Squadra Cazzate, L’Automa di Cartesio & Altre Storie: Vita, Opinioni e Cazzate di Umberto Della Via Rebelot, Ultimo dei Primi alla Fine dei Tempi (titolo provvisorio, di prossima pubblicazione); Giovanni V. Schiaparelli, La Vita sul Pianeta Marte.

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