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La Compagnia della Teppa

E ora, qualcosa di completamente diverso.E se dio vuole anche questo agosto si avvia alla conclusione: un agosto umido e uggioso, assai noioso e decisamente tutt’altro che estivo. Naturalmente sono opinioni personali, e sono pronto a credere che ci sia gente che in questi giorni è riuscita pure a divertirsi, magari in paesi lontani, come la Russia in preda alle fiamme, il Pakistan sott’acqua, il Golfo del Messico plastificato e così via. L’unica nota positiva (assieme alla dipartita di un Presidente Emerito ed ex Ministro dell’Interno (1), che ora sta probabilmente già spalando carbone nelle miniere di Satanasso (2)), l’unica eccetera, dicevo, è che quest’estate c’è stato parecchio tempo da dedicare alla lettura. Visti i miei gusti non proprio mainstream, mi rendo conto che magari non tutti possono essere interessati a romanzi horror-fantastici più o meno datati, su Gilles de Rais (Là-Bas, di J.K. Huysmans), sul Gran dio Pan (di Arthur Machen), su Aleister Crowley (Il Mago, di W. Somerset Maugham) o sul calamaro gigante (Kraken, di China Mieville); a classici della letteratura intollerabilmente pallosi (la Coscienza di Zeno) o inaspettatamente coinvolgenti (la Fiera delle Vanità, di Thackeray); alla fantascienza, che sia filosofica (Chain of Chance, dell’immancabile Stanislaw Lem), western-cyberpunk-postapocalittica (Route 666, di Jack Yeovil) o semplicemente il caro vecchio Jack Vance. (Non sono sicuro che la frase precedente si sia chiusa in maniera sensata, ma è troppo lunga, per cui soprassediamo.)

In effetti c’è un che di estraniante, nell’abituarsi a letture di nicchia – anzi, più che di nicchia; dopo un po’ ci si sente come il proverbiale soldato giapponese nella giungla, e la sola idea di prendere in mano un libro di cui si parla sul sito di Repubblica ti fa venire il capogiro. Mi è capitato di dare un’occhiata ad «aNobii: il Tarlo della Lettura», libro dedicato al social network su cui tengo l’elenco delle mie letture. Il libro raccoglie le recensioni più votate dei libri più presenti. E mi sono sentito un marziano: Siddartha, la saga di Twilight, Harry Potter, Ammanniti, Moccia, Camilleri, cacciatori di aquiloni, uomini che odiano le donne, Paulo Coelho, perdìo, codici da Vinci, numeri primi, ricci eleganti, cani uccisi a mezzanotte: di questi cento più famosi la maggior parte non solo non l’ho letta, ma non la leggerei nemmeno per tutto il vin di riso della Cina (3). Al di là del giudizio sul libro in sè (su «aNobii», intendo), che come tutti gli instant-books che hanno a che fare con internet sembra messo insieme da gente che non ha la minima idea di cosa sta parlando (ma contiene parecchie chicche, e alcune recensioni sarebbero da scolpire sul marmo) – al di là di tutto questo, dicevo, mi sono trovato nella situazione paradossale di un appassionato di lettura che, agli occhi di altri appassionati, non ha letto una beata fava. «Ha letto Harry Potter e la Stufa di Ghisa?» «No.» «Il Ladro di Merendine?» «Nope» «Veronika decide di morire?» «Ehm…no.» «La casa degli spiriti?» «No.» «Novecento?» «Sì… cioè, no.» «Io non ho paura?» «Ho paura di no.» «E lei si ritiene un lettore accanito?» «Certo! Ho appena letto L’Aeroplano del Papa, Romanzo Profetico in Versi Liberi, di Marinetti, e pure l’Esame dei Versi Aurei di Pitagora, di Antoine Fabre d’Olivet, mica cazzi.» «Se ne vada, o chiamo le guardie.»

Capite il dilemma? Perchè non è una questione di snobismo, lungi da me sostenere che i libri che leggo io sono migliori di quelli che leggono gli altri; sono pienamente certo che tra i libri summenzionati ci sono autentici capolavori; è che ogni libro ti apre delle porte verso altri libri, e se non stai attento ti trovi chissà dove. A un certo punto ti rendi conto che, qualunque libro si prenda in considerazione, da qualche parte ce n’è uno che dice le stesse cose, forse meglio (a parte il Signore degli Anelli, ovviamente) o almeno più nelle tue corde, e che certe volte, a cercare, si trovano tesori inaspettati (anzi: è difficile trovare un libro dal quale non si possa imparare qualcosa – a meno che non parli di vampiri (4)). Leggere è come viaggiare, e dopo un po’ diventa più facile andare avanti che tornare indietro. Ogni tanto è necessario, certo, ma come per i trapper, che passavano undici mesi all’anno nelle foreste del Klondike e quando tornavano in città a fare provviste non vedevano l’ora di tornarsene sui monti. E quindi (5):

«Così Krishna, come quando ammoniva Arjuna sul campo di battaglia.
Non buon viaggio, ma avanti, viaggiatori.»

***

(1) Se qualcuno ha dubbi, ricordo sempre questa intervista.
(2) La mia citazione preferita da Tex.
(3) La Guida Galattica, per strano possa sembrare.
(4) Per dire, ho scoperto, leggendo i «Modi di dire milanesi», di E. Restelli, 1885, che la Compagnia della Teppa era una gang di giovinastri che scorrazzava per Milano ai tempi della dominazione austriaca. Portavano cappelli a cilindro color muschio, che in milanese si dice «teppa». Un giorno attirarono alcune dame a Villa Simonetta e le lasciarono «in balìa di nani avvinazzati», finchè la polizia non intervenne scatenando una rissa spaventosa. Da loro deriva il termine «teppista». E ora, qualcosa di completamente diverso.
(5) T.S. Eliot, i Quattro Quartetti. Ma quante ne sappiamo.
(6 (non fate domande)) Cogliamo l’occasione per ricordare ai nostri pregiatissimi lettori che le «Spigolature» si sono trasferite. Upupa! La Vita, l’Amore, le Piramidi è il nome della nostra pagina su Tumblr: ogni giorno citazioni, aforismi, immagini e minchiatelle sparse su cui meditare con indubbio profitto. A buon rendere.

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Note in Margine al «Parnassus» di Terry Gilliam

Attenzione. Per parlare di Terry Gilliam, e di Parnassus in particolare, bisogna tassativamente affrontare i seguenti temi e non si scappa:

a) Terry Gilliam regista visionario e ribelle (featuring: il passato coi Monty Python)
b) Terry Gilliam sfigato come pochi (featuring: il naufragio del suo Don Chisciotte)
c) La tragica fine di Heath Ledger (featuring: Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell hanno lavorato aggràtis)

Noi tuttavia siamo pigri; per cui vi rimandiamo ad altre fonti, meglio informate e dettagliate, come per esempio questa e questa e quest’altra; anche questa non è male, mentre questa descrive come Ledger sia stato vittima di un omicidio sacrificale da parte di una setta massonica. Son cose.

Il Dottor Parnassus e il Diavolo.

A proposito di massoni, comunque, il ponte sotto il quale, nel film, viene trovato Tony Shepherd / Heath Ledger, truffatore e faccendiere, impiccato e con due mattoni in tasca, è il Ponte dei Frati Neri, sotto il quale viene trovato, nel 1982, il banchiere e faccendiere Roberto Calvi, con due mattoni in tasca, con la differenza che quest’ultimo non ha dei simboli cabalistici dipinti in fronte e, ahimè, viene trovato quando è bell’e morto. Tuttavia questo è un tipico esempio di quel genere di cortocircuito simbolico che fa drizzare le antenne al fuffologo professionista, come la conchiglia che il vecchio Parnassus porta al collo.

A differenza di Calvi (1), Shepherd viene salvato per il rotto della cuffia dai membri di uno strano teatro ambulante: l’Imaginarium del Dottor Parnassus. Ora, questo Dottor Parnassus, in tempi remotissimi (è immortale), viveva in uno sperduto e spettacolare monastero tibetano, i cui occupanti raccontavano in eterno una storia che, si diceva, manteneva l’Universo in esistenza. Ma il Diavolo ci mette lo zampino: travestito da Tom Waits ammutolisce tutti i monaci, dimostrando che, dato che l’Universo non è scomparso, il loro lavoro è inutile e le loro credenze sono fuffa. Ti sbagli, ribatte Parnassus: non è la nostra storia, a tenere in vita l’Universo, ma le storie. Da qualche parte anche adesso qualcuno sta raccontando una storia, sta utilizzando il meraviglioso potere della nostra immaginazione… ecco cosa tiene in vita l’Universo.
Così i due si impegnano in una sfida, anzi, più d’una, le cui conseguenze Parnassus è ben lontano dal prevedere: e infatti lo troviamo ai giorni nostri, vecchissimo e disperato, impegnato nel quasi impossibile compito di mostrare alla gente le meraviglie del suo Imaginarium. Non stiamo a tediarvi con la trama, perchè il film è uscito da un bel po’ e o lo avete già visto o comunque sapete di che parla o non vi interessa. Quello che ci preme, più che una recensione vera e propria, sono alcune considerazioni più o meno di questo genere (2).

Il Monastero di Parnassus. Alzi la mano chi, un minuto dopo questa scena, non ha sentito la tentazione di gridare "Metallo! Metallo per Destino!"

Partiamo con una definizione di «Immaginazione», che magari non sarà correttissima dal punto di vista etimologico (ne abbiamo lette altre di completamente diverse), ma di certo è assai pertinente: il termine latino imago è composto «…dall’aggettivo sostantivato imo, che vuol dire “profondo” e dal verbo ago, che vuol dire “agisco”. Da questo punto di vista la persona dotata di immaginazione non sarebbe più quindi chi è capace di rappresentarsi o raccontare ad altri storie fantasiose non aventi alcun legame con la realtà, ma piuttosto chi ha il potere e la capacità di agire nel profondo, ovvero in quella dimensione che di norma sfugge al controllo dell’io razionale e che viene definita dalla psicanalisi inconscio o subconscio». (3)
L’immaginazione, dunque, può essere intesa come una forza trasformatrice, ed è proprio quello che capita a chi entra nell’Imaginarium: visioni spettacolari, sogni divenuti realtà, mondi fantastici: ma soprattutto una scelta. Non la classica scelta tra il Male da una parte e il Bene dall’altra, attenzione: una scelta tra la banalità, lo squallore di una vita senza sogni e il tentativo di prendere questi sogni e farli divenire realtà. Anche se questo può essere difficile, doloroso o persino pericoloso: un alcolizzato, per dire, vede da una parte una qualunque serata al pub e dall’altra un lungo e faticoso cammino per liberarsi della sua dipendenza. Non possiamo neanche dare al male la dignità di Male, in questi casi: non c’è nulla di luciferino, di diabolico, di grandioso, nello sprecare la vita davanti alla televisione o facendo un lavoro che odiamo perchè abbiamo paura di cercare veramente la nostra strada. C’è dunque, per chi entra nell’Imaginarium, la possibilità di plasmare la propria vita secondo i propri sogni: e non è questa un’idea affatto nuova. Già Giordano Bruno si chiedeva «che cosa fare della fantasia?» Tutto; ma oggi la fantasia è passata di moda, sostituita dal fantasticare. «Si è estinta l’energia fantastica, non si sa più “scolpire” le immagini, l’uomo non è più re nella sua mente, dove lascia che scorra, turpe fiume di rifiuti, un flusso di coscienza che non cerca neanche più di dirigere, quasi che per sfruttare le potenze esterne avesse dovuto abbandonare l’intimità a se stessa». (4)

Oggi non abbiamo più bisogno di Parnassus. There's an app for that.

Ma per chi ci riesce, ecco il lato veramente magico dell’immaginazione (e le due parole si somigliano pure). Dopotutto, zio Crowley diceva che la magia è «la Scienza e l’Arte di causare cambiamenti in conformità con la Volontà» (5). Ovvero: sapere quali sono i tuoi sogni e riuscire a realizzarli – questa è magia. Bisogna saper scavare dentro di sè, rettificare, mettere a nudo le proprie contraddizioni; è non è detto che sia cosa facile: anzi, può capitare come a Tony, che ogni volta si vede con una faccia diversa, perchè dopotutto lui per primo non sa nè chi è nè cosa vuole.
Ci sarebbero molte altre cose su cui soffermarsi, a cominciare dallo stesso Parnassus: chi è?
Perchè viene raffigurato come Dioniso e il suo avversario come un Papa? (bella, questa)

Et in Arcadia Ego.

Perchè l’Imaginarium funziona solo solo tramite lui? Beh, qui rischiamo di andare a infognarci in un vero e proprio labirinto simbolico: dal demiurgo degli gnostici al mercurio filosofale, al Mediatore tra il Cielo e la Terra dei taoisti – meglio fermarci qui. Avrete capito che come film ci è piaciuto assai, pur con tutte le sue imperfezioni (d’altronde quando ti muore il protagonista a metà della lavorazione, insomma, ci siamo capiti…) e ci ha dato molto cui pensare. E’ un inno alla fantasia, un film chiassoso, anarchico e pieno di stracci, di nani e di meraviglia: e come ben si sa

«Chi alla meraviglia chiude gli occhi,
di morte sente tredici rintocchi.»

***

Note:
(1) E’ di un mesetto fa la notizia che Pippo Calò, Flavio Carboni ed Ernesto Diotallevi sono stati assolti dall’accusa di aver ordinato e/o eseguito l’assassinio di Calvi. Il mistero rimane, a ulteriore dimostrazione che le storie non finiscono mai. Parnassus avrebbe apprezzato l’ironia.
(2) Considerazioni beninteso nostre, nel senso che lungi da noi sostenere che Gilliam abbia voluto fare un film che dice questo & quest’altro. Sono minchiate sparse che ci sono venute in mente perchè è un film pieno di simboli, e il bello dei simboli è che hanno una vita loro, e ognuno è legato a una cordicella che se la tiri vien su una montagna di roba, per così dire.
(3) M. Negri, All’Origine delle Parole, Edizioni della Terra di Mezzo – un libretto consigliatissimo e assai ricco di spunti. I libri di questo editore hanno lo svantaggio di uno stile di scrittura – tutti - che è l’equivalente di un chiodo sulla lavagna dalla prima all’ultima pagina. Ma per chi riesce a tener duro e a sopportare, vi si trovano spesso perle di saggezza tutt’altro che disprezzabili.
(4) Elémire Zolla, Verità Segrete Esposte in Evidenza, Marsilio Editore.
(5) Aleister Crowley, Magick, Astrolabio Editore. Un testo fondamentale. E se ve lo dice uno degli autori del Calendario di Frate Cazzaro, potete fidarvi.

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Il Treno degli Dèi

China Mieville non ha mai fatto mistero della sua collocazione politica, ed era inevitabile che prima o poi venisse fuori anche in uno dei suoi romanzi. «Il Treno degli Dèi» è il terzo romanzo ambientato nell’incredibile mondo del Bas-Lag, ed è una storia di lotte operaie, sommosse, attentati, giornali clandestini e anarchici bombaroli.
Le vicende dei tre protagonisti – Judah Low, costruttore di golem (qui però mi piacerebbe chiedere al buon Mieville come gli è venuta di chiamare un personaggio Judah Low: Perchè non Kristopher Wolken, allora?), il suo amante Cutter e Ori, un giovane operaio – si svolgono su uno sfondo complesso: la grande città-stato di New Crobuzon, la sua guerra con il lontano regno di Tesh, la sua situazione politica e sociale al limite del collasso. In realtà, e spero che l’autore non se la prenda a male, delle vicende di questi tre signori non è che riusciamo a interessarci più di tanto. Cioè, Judah lavora per il re delle ferrovie, e vediamo le sue vicende intrecciarsi con quelle della costruzione di una nuova linea: i paesi attraversati, le tribù autoctone sgomberate a colpi di fucile, il lavoro di operai e schiavi, un’atmosfera a metà tra il western alla Sergio Leone e Dungeons & Dragons, con pistoleri, spettri, giocatori d’azzardo, prostitute, incantesimi e uomini-cactus. E nell’immensa New Crobuzon (una delle creazioni più impressionanti e originali della fantasy di sempre) seguiamo la storia di Ori, che stanco della sua vita di operaio precario, si unisce prima a una cellula radicale di quelle che fanno riunioni su riunioni tipo il Fronte Popolare di Giudea, e poi alla banda del terrorista-taumaturgo Toro, che invece mira direttamente alla testa del Sindaco. Cutter invece è una lagna, lasciamo perdere.
Poi c’è altro, molto altro, anzi, tonnellate e tonnellate di altro. I romanzi di Mieville sono semplicemente alluvionali: la fantasia di quest’omino dallo sguardo omicida è a dir poco vulcanica, e tener dietro alle sue invenzioni (a volte demenziali, come i Bufali del Vino), ai popoli del Bas-Lag (umani, cactus ambulanti, trampolancieri, hotchi, llorgiss e borinatch), alle immagini (la città-tartaruga, l’elementale della luce lunare, la Macchia Cacotopica), alla semplice terminologia (tutti i discorsi tecnico-filosofici sull’arte e la scienza della golemanzia), non è impresa facile.
Anzi, non è facile proprio come romanzo, nè leggero, nè di evasione, anche perchè la sua prosa  sa essere fin troppo barocca (e la traduzione alquanto sciatta non aiuta). Ma il punto è un altro: è un romanzo di idee, di ideali e di speranze, incarnate nel Concilio di Ferro, una comunità nomade di operai, banditi e reietti, umani e non-umani, fuggiti decenni prima da New Crobuzon, a bordo di un treno rubato e decisi ora a tornare per portare la rivoluzione. E il popolo della città-stato, il vero protagonista, soffocato dalla disoccupazione e dalla povertà, stanco della corruzione dei potenti, della stampa succube o imbavagliata, del razzismo ormai palese, non aspetta altro.
E’ indubbiamente un romanzo corale, dove i protagonisti sono quasi, non vorrei dire anonimi, ma di certo meno memorabili di quelli di Perdido Street Station: alcune figure minori (mi vien da dire Personaggi Non Giocanti, sono certo che anche a Mieville capita), come il mago-pistolero Drogon, l’inquietante monaco Qurabin, il vecchio pazzo Spiral Jacobs sono decisamente ben riuscite, ma più che altro è l’esercito senza nome delle comparse, decine e decine di figure che salgono alla ribalta per un attimo e poi svaniscono nella folla, a dare al romanzo la sua forza. Forse è una conseguenza della visione politica dell’autore, che la massa conti più del singolo, forse no (o forse è solo una mia impressione) – ma il risultato è decisamente notevole.
E’ un omaggio, dice la copertina, «al socialismo utopico, ai rivoluzionari anarchici e alla tradizione radicale europea»; un inno alla rivoluzione, anzi, all’Idea di Rivoluzione, di Uguaglianza e di Giustizia, perchè Mieville sa benissimo, come lo sappiamo anche noi, che le rivoluzioni nel mondo reale finiscono sempre a schifìo. Quando va bene, in un bagno di sangue; altrimenti, passano vent’anni e quelli che una volta volevano rovesciare il mondo si accorgo di essere passati, sa dio come, dall’altra parte.

Da leggere ascoltando – ovviamente – «la Locomotiva» di Guccini.

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La Malignità degli Oggetti Inanimati

Diceva Don Juan che la paura è il primo dei quattro avversari dell’Uomo di Conoscenza. Almeno questo è quanto ci racconta Castaneda in “A Scuola dallo Stregone” – l’unico dei suoi libri, a quanto ci dicono, che valga la pena leggere. In effetti la paura è una faccenda complessa e interessante. Non parlo di quella reazione biologica che, di fronte a un ovvio ed immediato pericolo (una tigre affamata, un ultrà della Lazio, il Burzum dei vecchi tempi) manda in vena adrenalina e altre sostanze per prepararci alla fuga o all’attacco; nè di quel vago senso di apprensione che ci coglie e ci accompagna un po’ tutti in questi tempi oscuri. E nemmeno di quell’orrore cosmico, lovecraftiano, non-euclideo, che travolge la mente e l’animo come un torrente di paperi in fiamme (eh?) e precipita negli abissi della follia l’incauto che si spinge alle soglie della conoscenza; perchè questo è il risultato di esperienze limite: trovarsi in presenza del Grande Cthulhu, rendersi conto che se a Napolitano, Dio lo conservi, gli piglia un colpo, Renato Schifani diventa Presidente della Repubblica… cose di fronte alle quali l’unica via d’uscita è la pazzia. Ci sono però forme di paura più sottili, che paradossalmente richiedono un certo allenamento intellettuale: per esempio, Borges menziona, in “Tlon, Uqbar, Orbis Tertius“, lo specchio che “inquietava il fondo di un corridoio“, aggiungendo la constatazione, “a notte fonda inevitabile“, che “gli specchi hanno qualche cosa di mostruoso“. E come dargli torto.

Oppure gli inglesissimi racconti di M. R. James. James era, se non ricordo male, un bibliotecario, e scriveva per una ristretta cerchia di amici: «La sera prestabilita – dice un conoscente – il gruppo si ritrovava ad aspettare a lungo, finchè, generalmente verso le undici, Monty non appariva con l’inchiostro ancora umido sull’ultimo foglio. Tutti i lumi, meno uno, venivano spenti, e si dava inizio alla lettura». Erano storie di studiosi, di gentiluomini di campagna, di sagrestani, gente insomma pacata e tranquilla, che però si immischia, volente o nolente, per caso o volontariamente, in faccende a dir poco oscure.
Non aspettatevi serial killers, omicidi a catena, marziani e lupi mannari: i demoni di James sono «implacabili e straordinariamente pazienti», e i suoi racconti sono sottili, allusivi, quel genere di cose dove all’apparenza succede poco o nulla, ma se ti fermi a riflettere, dopo che hai chiuso il libro, e ti chiedi “e se capitasse a me?”, non puoi fare a meno di provare un brivido. E non si tratta di un brivido esotico, di spettri sumeri e demoni orientali: la maggior parte dei suoi racconti è ambientata nella campagna inglese, luoghi tranquilli, paciosi e sonnolenti; ma al calar della sera sembra che si aprano delle porte, dei passaggi per qualcosa, o qualcuno: quel genere di creature di cui parlano le leggende e le storie di tutti i paesi. “Sussistono qua e là luoghi isolati, tuttora bazzicati da creature singolari alle quali, una volta, chiunque poteva rivolgersi nello svolgimento delle faccende quotidiane, mentre ormai solo in rare occasioni, ogni tanti anni, ci si trova sulla loro strada e ci si accorge di loro; il che magari farà stare la gente semplice con l’animo in pace.” Già, perchè queste creature bisogna saperle trattare, e soprattutto, bisogna sapere come non farsi notare da loro. Come il signor Parkins, per esempio, che trova un vecchissimo fischietto sul quale, assieme a vari simboli misteriosi, è scritto QUIS EST ISTE QUI VENIT – chi è costui che viene? – e commette la leggerezza di suonarlo. Se poi la notte, in camera da letto, si accorge di non essere da solo, beh, peggio per lui.
O i signori Somerton e Brown, che scendono nel pozzo di una chiesa di campagna alla ricerca del tesoro di un abate medievale, incuranti dell’iscrizione che avverte: «vi ho posto un custode. Guai a chi la tocca.»
O il signor Burton, nel racconto che dà il titolo a questo post, che, dopo aver commesso un delitto, inciampa in un cartello pubblicitario strappato: dello slogan originario, “Full Particulars“, rimangono leggibili solo tre lettere: I.C.U.: I see You: io ti vedo.
Sono racconti strani, dal tono pacato e così terribilmente british; ma dietro questa patina di ironia e di apparente leggerezza, si nasconde la consapevolezza di un altro mondo, oscuro e affascinante al tempo stesso; e non sono racconti per tutti, perchè trattano di orrori suggeriti, accennati, còlti con la coda dell’occhio – anzi, di un occhio interiore la cui vista è, nel migliore dei casi, assai offuscata. «Vi sono forme profonde, organiche, di paura, forme da dirsi esistenziali perchè non esaurientisi in stati psicologici del singolo ma procedenti da sensazioni abissali. Essere incapaci di sentir paura, in tal caso, può essere perfino segno di inspessimento e di piattezza spirituale.» Nonostante sia di quel diavolaccio di Evola, questa citazione sembra assai pertinente e meritevole di ulteriori riflessioni, così come le parole con cui James conclude la postfazione al suo volume:

«Nella tarda serata di lunedì un rospo è penetrato nel mio studio; e anche se finora non c’è stato nulla, a quanto pare, che avesse a che fare con l’apparizione, ho l’impressione che non sia troppo prudente lasciarsi andare a pensieri che potrebbero schiudere l’occhio interiore alla presenza di ospiti ben più spaventosi.
Perciò, basta così

***

Le opere di M.R. James sono disponibili aggràtis, ma in inglese, qui su Project Gutenberg.

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La Principessa Indesiderata

"Perseus rescues Andromeda", Edward Burne-JonesUno dei vecchi & onorati clichès della fantasy d’altri tempi è la Storia del Professore che va nel Mondo Parallelo. Mi è capitato di leggere parecchie variazioni sul tema, ma il succo è sempre lo stesso. Stiamo parlando di un fisico, o matematico (a volte un ingegnere), giovane, solitamente alto e ben piazzato, di bell’aspetto nonostante il gilet e gli occhiali un po’ da nerd – anche se di solito è troppo impacciato e/o serioso per accorgersene. In seguito a svariati incidenti (evocazioni, esplosioni, esperimenti malriusciti) si ritrova in un mondo pseudomedievale, dove a) deve compiere una missione da cui dipende il destino del cosmo b) se c’è la magia la impara, altrimenti spaccia per tale quella che noi chiamiamo scienza c) non ha più bisogno degli occhiali d) si dà una svegliata, conquista l’eventuale principessa e torna nel suo mondo più sgamato che mai.
Così su due piedi mi vengono in mente diversi titoli: Il Drago e il George, il Castello d’Acciaio, Tre Cuori e Tre Leoni, e La Principessa Indesiderata. Quest’ultimo, soprattutto, merita di essere ricordato per l’originalità dell’ambientazione. Il mondo di Logaia, dove l’ingegner Rollin viene scaraventato suo malgrado, è un mondo rigidamente aristotelico: ovvero, è un mondo in cui le cose sono o così, o l’opposto. A Logaia o è giorno o è notte: ovvero c’è il sole fino a mezzanotte e poi – ZAM – è buio; se non è estate è inverno, e se i suoi abitanti non sono gentili e civilizzati sono barbari assetati di sangue. L’ingegner Rollin si trova a dover salvare una principessa – ovviamente bellissima, perchè le donne o sono bellissime o sono inguardabili, e le principesse ovviamente rientrano nella prima categoria – da un mostro orrendo, e in men che non si dica si trova alla corte di Logaia, servito, vezzeggiato e coccolato come eroe e paladino. Seguono avventure di ogni genere, dagli intrighi di palazzo alla guerra contro i barbari, dalle quali il prode ingegnere esce sempre a testa alta grazie alla sua capacità di vedere le sfumature – metaforiche – di grigio che su Logaia sono sconosciute. “La Principessa Indesiderata” – 1942, di L. Sprague de Camp - è un grazioso librettino; niente di trascendentale, e gran parte del suo umorismo è ormai terribilmente datato (anche se in quarta di copertina viene definito “esilarante”. Ma se c’è una cosa che ho imparato dalle quarte di copertina è di diffidare sempre dell’aggettivo “esilarante” e di qualsiasi riferimento a nonno Tolkien), e se fosse un film, sarebbe un film in bianco e nero con Doris Day e, forse, Cary Grant. Merita però almeno una citazione, non fosse altro che per l’assurdità del mondo di Logaia – tanto più assurdo quanto più logico vorrebbe essere. Un mondo dove gli uomini o sono bambini (fino ai tredici anni) o sono adulti con barba e baffi (dal tredicesimo compleanno in poi); o sono totalmente sobri o totalmente ubriachi, totalmente onesti o totalmente disonesti; e quelli che non sono favorevoli alla guerra sono sostenitori del terrorismo islamico. No, aspetta, quella non è Logaia…

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Musica per le Vs. Orecchie: Mike Patton’s Mondo Cane

Il sempre ottimo Mike Patton ne ha fatta di strada, dai tempi dei Faith No More: oltre ai deliranti Mr. Bungle, ai Fantomas, ai Tomahawk e a Peeping Tom, ha al suo attivo una legione di collaborazioni con cani & porci (ehm, a cominciare da John Zorn in Pranzo Oltranzista, ispirato alle ricette di Marinetti e Fillìa) e una sfilza di progetti solisti tipo l’inascoltabile Adult Themes for Voice. Genio e sregolatezza, si sa, vanno a braccetto, per cui non stupisce che mr. Patton ami alla follia il nostro sgangherato Paese. Ha vissuto a Bologna per decenni, parla italiano meglio di molti assessori leghisti e ha di recente pubblicato (oppure sta per pubblicare a giorni, vedete un po’ voi) «Mondo Cane», una raccolta di oldies italiane, da Gino Paoli a Carosone, passando per Nicola Arigliano e Gianni Morandi. Del tipo:

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Ratspike

Se – anzi – quando il vostro umile cronista diverrà famoso per i suoi ingiustamente sottovalutati meriti artistici (e la gente andrà in giro sulle macchine volanti con quelle tutine aderenti tipo i Pronipoti, suppongo), dovrà prima di tutti ringraziare John Blanche e Ian Miller e il loro bellissimo (e ormai introvabile) Ratspike. È strano come un incontro apparentemente fortuito possa influenzare – oh, beh, quante volte avete sentito una frase come questa? E il bello è che non vale solo per le persone, ma anche per animali, luoghi e altri oggetti inanimati, come i libri o la birra. Ora, se c’è un libro che ha lasciato il segno, per quanto mi riguarda, è proprio questo. Una fantasmagorica raccolta di immagini, di castelli storti e tenebrosi, orridi mutanti, menestrelli muti e bambini ciechi, guerrieri selvaggi e paesaggi alieni, vascelli volanti e macchinari incredibili, motti latini e poesie astruse…
Non so se si possano definire tecnicamente ben riusciti, o, più semplicemente, belli.  Eppure, nella loro “bruttezza”, mi han probabilmente segnato assai nel profondo. Vai tu a capire. In ogni caso, meglio loro dei Pronipoti.

 

Gunderwald

Mona and the Moonman

Ogre's Tower

Ignorant Armies

Untitled

Death in the Rocking Horse Factory

Winter

I went to the pictures tomorrow,
I took a front seat at the back,
I fell from the floor to the ceiling
And broke a front bone in my back.
I went round a straight rounded corner,
I saw a dead donkey die,
I pulled out my pistol to stab him
And he kicked me right in the eye.

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Anthropometamorphosis, ovvero il Trovatello Artificiale

CoxEhm. In realtà il titolo originale dovrebbe essere “The Artificial Changeling” e riferirsi agli svariati modi in cui le persone d’ogni popolo e tempo modificano il proprio aspetto. Già. Ma non ci interessa per il momento, se non perchè così è citato, assieme a una legione di altri titoli antichi e improbabili, ne «Il Significato della Notte», di Michael Cox, interessante romanzo in costume (anzi, come dice la prefazione, esempio di Narrativa Vittoriana Post-Autentica) giunto sui nostri scaffali grazie alla sollecitudine ancora una volta dell’amico Max. E dunque.
Il signor Glyver è un distinto gentiluomo nella Londra vittoriana. Diviso tra l’amore per i libri antichi e quello per la signorina Carteret, mr. Glyver lavora come consulente per un prestigioso studio legale. Come il signor Wolf, risolve problemi: svolge indagini, cerca prove, e quando le prove non ci sono, le fabbrica. Non è proprio uno stinco di santo, mr. Glyver: ci confessa con invidiabile flemma di aver mandato sulla forca un innocente per difendere un cliente accusato di uxoricidio. In effetti, qualche dubbio sull’integrità morale di mr. Glyver potevamo averlo già all’inizio del romanzo, visto che si apre con mr. Glyver che commette un omicidio. Ma bisogna capirlo: mr. Glyver ha avuto un’infanzia difficile. E soprattutto, come ogni eroe vittoriano che si rispetti, ha un Nemico: mr. Phoebus Daunt, impeccabile, colto, ovviamente coi baffetti e la faccia di Jude Law. I due si conoscono da sempre, si potrebbe dire: e ogni volta che la vita di mr. Glyver ha subito uno scossone c’era di mezzo Phoebus Daunt. Come quando è stato espulso dal college: per colpa di chi? Di mr. Daunt. E chi insidia la bella miss Carteret, minacciando di mandare a monte il suo matrimonio? Phoebus Daunt, ovviamente.
A un certo punto mr. Glyver scopre di essere figlio illegittimo di un nobile di campagna. Raduna tutti i documenti e tutte le prove possibili – è una persona meticolosa, dopotutto – per farsi riconoscere dal padre e diventare così ricco e blasonato. E scopre che il vecchio, senza figli, ha deciso di adottare un giovine di famiglia povera ma di belle speranze e nominarlo suo erede universale. Indovinate chi? Phoebus Daunt. Così mr. Glyver commette un omicidio. E come dargli torto? In effetti si può, visto che non uccide mr. Daunt, ma un tizio che non c’entrava nulla.
«Il Significato della Notte» è una specie di thriller erudito e retrò, in cui mr. Glyver narra la storia della sua vita e delle sue letture con tipico understatement britannico, prendendosi lunghe pause per divagazioni e considerazioni filosofiche. Per cui sappiatevi regolare, se cercate ritmi forsennati, sparatorie e sesso a carrettate rivolgetevi altrove. E’ anche uno di quei romanzi che, giunti alla fine, rivelano un’inaspettata chiave di lettura, di quelle che ti domandi «E se fosse…?”»
Ci era già capitato con «L’Uomo che fu Giovedì», sebbene lì la situazione fosse diversa. Qui viene da chiedersi, alla fine della lettura: ma siamo proprio sicuri che sia mr. Glyver, l’eroe? Certo, è lui che racconta la storia, e tendiamo a immedesimarci nel suo punto di vista: ma stiamo parlando di una persona dalla dubbia moralità, l’avrete capito, e soprattutto, nonostante le sue ragguardevoli letture, tutt’altro che brillante. Per esempio, i documenti da cui dipende il suo riconoscimento come legittimo erede di Lord Tansor sono sulla scrivania per tre quarti del romanzo, e il lettore – che non ha bisogno di essere iscritto al MENSA per arrivarci – deve impedirsi di scuotere il libro di tanto in tanto e mettersi a gridare «Eddieeee! Mapporcaputt*na! Apri quella ca**o di bustaaaaa!» E quando finalmente, dopo l’ennesimo sconfitta ad opera di Daunt, mr. Glyver opta per una soluzione radicale – decide prima di compiere un omicidio di prova. Già. Esce di casa e uccide un tizio che non c’entrava nulla per dimostrare a sè stesso che quando sarà il momento, mr. Daunt non avrà scampo. E invece: qualcuno lo segue, lo sgama, per usare un francesismo, lo ricatta (ovviamente Phoebus Daunt, che non è mica un fringuello e che a questo punto del romanzo ha ormai tutte le simpatie del lettore).
E’ quello che si dice il problema del “Narratore Inaffidabile“: l’unico modo per noi di venire a conoscenza dei fatti di cui tratta la storia, in casi come questi, è affidarci a chi ce la racconta (per dire, mr. Glyver viene espulso dal college per colpa di Daunt. Ah sì? Ma chi ce lo dice? Ce lo dice mr. Glyver, e Matlock se lo mangerebbe in un boccone). Ma se ci racconta ca**ate, cosa facciamo? Magari possiamo costruire spiegazioni alternative: dopotutto mr. Daunt è intelligente, abile, e nonostante le sue umilissime origini, capace di farsi largo nella vita. Magari è lui l’eroe del romanzo, e Glyver il cattivo. Come nel film Dodgeball. O almeno sono moralmente alla pari, il che fornisce al lettore l’inaspettata possibilità di scegliere da che angolazione osservare la storia e scegliere da che parte stare. Noi, ovviamente, con mr. Daunt.

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«Spigolature»

phrenology Avevano un mito della creazione, ma era così complicato che al confronto i poemi omerici sembravano la lista del droghiere. Un individuo la cui posizione ereditaria sembrava essere quella di filosofo (letteralmente: osservatore di utili sarcasmi) disse che neppure lui lo capiva. Ma a cosa serviva un mito, se lo si capiva?

L’artista non è un uomo speciale, piuttosto l’uomo che non sia un artista in qualche cosa è un incapace. Il tipo di artista che ciascuno può essere, falegname, pittore, giurista, fattore o prete è determinato dalla sua natura, ovvero dalla sua nascita. Il solo uomo che ha diritto di astenersi da tutte le attività costruttive è il monaco che ha già abbandonato gli scopi che dipendono da cose artificiali e che non è più un membro della società attiva. Nessun uomo che non sia un artista ha diritto a uno status sociale.

Lei, signor de la Fleurissoire, appartiene al numero di quelli che preferiscono i pretenziosi poponi del nord, le pere verdi di Inghilterra, i cantalupi, che so io, ai nostri succulenti cocomeri d’Italia?

Maledictus sit vivendo, moriendo, manducando, bibendo, esuriendo, sitiendo, jejunando, dormitando, dormiendo, vigilando, ambulando, stando, sedendo, jacendo, operando, quiescendo, mingendo, cacando, flebotomando. Maledictus sit in totis viribus corporis. Maledictus sit intus et exterius. Maledictus sit in capillis; maledictus sit in cerebro.  Maledictus sit in vertice, in temporibus, in fronte, in auriculis, in superciliis, in oculis, in genis, in maxillis, in naribus, in dentibus, mordacibus, in labris sive molibus, in labiis, in guttere, in humeris, in harnis, in brachiis, in manubus, in digitis, in pectore, in corde, et in omnibus interioribus stomacho tenus, in renibus, in inguinibus, in femore, in genitalibus, in coxis, in genubus, in cruribus, in pedibus, et in unguibus.

Va oprendo tra il lusco e il brvsco, salutata da tre squilli di fanfara e due scorregge vestite, la superba Sagra del Papero Sotto Pressione. Le bestiole saranno per l’occasione ricattate ed esposte a spaventi d’ogni genere, incalzate con l’apino in discesa e infine pigiate nell’angolino.

I presenti lo seguirono, con l’eccezione di Scythrop, il quale si gettò in poltrona, incrociò il piede sinistro sul ginocchio destro, pose il palmo sinistro sulla caviglia sinistra, poggiò la base del pollice destro contro la tempia destra, curvò l’indice lungo la parte superiore della fronte, la punta del medio lungo il dorso del naso, e le altre due dita verso la parte inferiore del palmo, fissò lo sguardo insistentemente sulle vene del dorso della mano sinistra e così rimase, come l’inamovibile Teseo, che, cosa ben nota a molti che non hanno frequentato il college e anche a qualcuno che lo ha fatto, sedet, oeternumque sedebit. Speriamo sinceramente che gli ammiratori delle minutiae in poesia e in prosa possano apprezzare questa accurata descrizione di un atteggiamento pensoso.

Penis is evil! The Penis shoots Seeds, and makes new Life to poison the Earth with a plague of Men, as once it was. But the Gun shoots Death and purifies the Earth of the filth of Brutals. Go forth, and kill! ZARDOZ HAS SPOKEN.

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Citazioni tratte da: J. Haldeman, Al Servizio del TB II; A. K. Coomaraswamy, Arte Cristiana e Arte Orientale; A. Gide, I Sotterranei del Vaticano; L. Sterne, Vita & Opinioni di Tristram Shandy, Gentiluomo; F. M. Sardelli, Saggi di Metafisica Neorazionalista; T. Love Peacock, Nightmare Abbey; Zardoz (lasciato in lingua originale perchè la traduzione italiana è decisamente meno interessante).

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Terra Rossa e Pioggia Scrosciante

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Ascoltate.
Abhay, giovane studente indiano, torna in patria dopo un lungo periodo trascorso negli Stati Uniti. Siamo negli anni ‘80 di Reagan, e l’America sembra davvero un sogno: un paese ricco, dinamico, moderno. Ben diverso da un’India oziosa, vecchia, un po’ selvatica, provinciale. E piena di scimmie. Abhay si è disabituato all’enorme quantità di animali grandi e piccoli che abitano le città indiane: e non sopporta le scimmie che dal tempio accanto a casa gli entrano in giardino e gli rubano i vestiti stesi ad asciugare. Così si procura un fucile ad aria compressa e ne abbatte una. I genitori di Abhay inorridiscono: sono indù praticanti e per loro le scimmie sono sacre ad Hanuman; e soprattutto, se lo scoprono i vicini c’è il rischio che le cose si mettano male. Recuperano la scimmietta moribonda e la nascondono in casa sperando si riprenda. Passano i giorni; il padre di Abhay ha l’abitudine di scrivere lettere di fuoco ai giornali spiegando come risolvere i molteplici problemi della democrazia più popolosa del mondo; e la scimmia, sdraiata su una brandina, lo guarda incuriosita. Qualcosa si muove nella sua testolina, ricordi, pensieri appena abbozzati, strane idee che vengono da chissà dove. Forse da un’altra vita: e un bel momento la scimmia si avvicina alla macchina da scrivere e batte sui tasti: «Io sono Sanjay».

«Terra rossa e pioggia scrosciante», romanzo d’esordio di Vikram Chandra, è la storia di una scimmia moribonda che racconta la sua vita precedente. E’ facile intuire che c’è molto di fantastico, in questo romanzo, per cui, se il vostro romanzo-tipo (ne parlavamo già qui) è quel genere di storia medio-quotidiana di gente qualunque alle prese con matrimoni in crisi, lavori precari, nonni problematici e cani ipocondriaci, lasciate pure perdere. Perchè qui non facciamo in tempo a riprenderci dallo shock di una scimmia dattilografa che sulla scena fanno il loro ingresso nientemeno che tre divinità: Yama, Hanuman e Ganesha. Il primo, il dio dei morti, forte dei suoi immensi baffoni, reclama per sè l’anima di Sanjay: il suo momento è giunto, e ora si reincarnerà in una lumaca o qualcosa del genere, così impara a stare al suo posto. Hanuman è il dio delle scimmie, e ovviamente si oppone. Ganesha allora propone una scommessa: lasciamo che Sanjay racconti la sua storia – una storia lunga e intricata: se al tramonto ci sarà meno gente che al mattino, la scimmia morirà e Yama farà quel che vuole; altrimenti vincerà Hanuman, e a Sanjay sarà concessa una vita futura da essere umano.

Così la scimmia comincia a scrivere, e Abhay legge a voce alta un foglio dopo l’altro. All’inizio il pubblico è composto solo da Abhay, la sorella e i genitori: ma la voce si sparge, i vicini accorrono incuriositi, e ben presto la casa è piena di gente che ascolta affascinata la strana storia di Sanjay. E’ una storia torrenziale e labirintica, di personaggi che raccontano a loro volta storie o angoli di storia, sempre iniziando con la stessa parola: «Ascoltate»; e ascoltiamo anche noi le avventure di Benoit de Borgne, mercenario crudele e senza cuore; di George Thomas, soldato britannico che getta alle ortiche la divisa per diventare capitano di ventura, con spada e cotta di maglia, a capo di un esercito personale di guerrieri sikh; dell’affascinante Began Sumroo, la strega che nessuno può guardare senza innamorarsene, e del suo malinconico marito inglese; e tutte queste vite, e molte altre, convergono in modi misteriosi in un cesto di laddu, i deliziosi dolcetti cari a Ganesha (se non avete mai provato i dolci indiani la vostra vita è vuota e senza senso), che un santone eremita consegna alla moglie di un ufficiale della Compagnia delle Indie. La donna, una principessa indiana, rimane incinta, e così pure una sua amica che aveva assaggiato i miracolosi pasticcini (?); e nascono dei bambini, fratelli seppur di genitori diversi, due dei quali sono destinati a grandi imprese. Uno è Sikander, grande, forte, carismatico; l’altro è Sanjay, la futura scimmia, gracile e introverso. I due sono inseparabili, e crescono assieme, e il sogno di Sikander (Sikander era il nome indiano di Alessandro Magno) è di radunare un esercito, sollevare la popolazione e cacciare gli Inglesi; Sanjay, dal canto suo, si trova a vivere in due mondi contemporaneamente.

Forse, anzi indubbiamente, siamo noi occidentali, che ci siamo costruiti un «mito» dell’India fatto in gran parte di luoghi comuni («l’India è un paese di contraddizioni», «gli Indiani sono un popolo di grande spiritualità», «una volta qui era tutta campagna»), ma in questo nostro recente viaggio ho avuto molto netta l’impressione che in questo paese le barriere tra i «mondi» siano molto più tenui che da noi. E’ vero, ci sono le caste e tutto quanto, ma l’impressione è che gli uomini, l’ambiente, gli animali – e gli dei – siano molto meno separati che qui in Occidente. E così non c’è da stupirsi se Sanjay parla con gli spiriti, e a volte manifesta straordinarie capacità: è invulnerabile, vola, prevede il futuro. Anche Abhay, che legge la storia, è in bilico tra due mondi: quando la scimmia, esausta, si addormenta, continua raccontando dell’America, delle highways immense, di un paese senza passato, dove tutto è spazi infiniti e velocità e futuro, contrapposto all’India eterna, dove il tempo scorre in cerchio, dal ritorno dei monsoni, al ciclo delle rinascite, alla danza di Shiva.
E con questa perla di saggezza lascio a voi di scoprire come continua questo romanzone che, lo avrete intuito, occupa un posto assai elevato nella classifica dei miei libri preferiti; sono ottocento pagine, una più bella dell’altra: un romanzo epico, favoloso, coloratissimo, immenso – come l’India.

«Ascoltate. Sto per raccontare una storia. Vi racconterò di mogli e bravi medici, soldati, poeti, tribù, perdigiorno e teppisti, bugiardi, truffatori, piloti temerari, cavalli focosi, giocatori d’azzardo, uomini di mondo, attrici, politici, vi racconterò di loschi affari, denaro sporco, grandi amori, corse campestri, contadini e raccolti, pescatori e consiglieri municipali, capi religiosi e naturalmente cavalieri. Racconterò una storia che crescerà come un loto rampicante, si avvolgerà su sé stessa e si espanderà senza fine, finchè ciascuno di voi entrerà a farne parte, e gli dèi verranno ad ascoltare, finchè tutti noi parleremo in un’armoniosa confusione che contiene il passato, ogni attimo dei presente e il futuro infinito. [...] Poi siederemo in cerchio, in innumerevoli cerchi, e diremo, dacci la tua benedizione, Ganesha; resta con noi, amico Hanuman; e tu, Yama, vecchio furfante, puoi stare a sentire, se credi; e con queste parole ricominceremo tutto daccapo.»

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