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Il Serpente Ouroboros

I Guerrieri di Demonland. Notate i baffetti.

Ah! Il «Serpente Ouroboros»! Uno dei capolavori indiscussi del fantasy d’ogni tempo! Un epica saga ambientata sul pianeta Mercurio! Dove gli eroi di Demonland combattono i malvagi emissari di Witchland aiutati dai fedeli alleati di Pixyland e poi -

Ehm. Con calma.
Mi rendo perfettamente conto che se qualcuno mi proponesse di leggere un libro in cui gli eroi della Terra dei Demoni combattono i malvagi emissari della Terra delle Streghe aiutati dai fedeli alleati della Terra delle Fatine probabilmente gli concederei due minuti di vantaggio prima di liberare i coguari: per cui, andiamo con ordine.
La cosa è andata più o meno così. Ho finito il 2010 leggendo «Wunderkind - una lucida moneta d’argento» di GL d’Andrea. Visto come si è concluso l’anno passato, si può dire che sia stata una lettura azzeccata. Perchè abbia scelto di farmi del male leggendo una simile… ehm… insomma… è una storia lunga.
Fatto sta che mi ci voleva una bella botta di high fantasy come si deve – e in questo campo, ci crediate o no, il «Serpente Ouroboros» è uno dei migliori. Trattasi di un bel romanzone del ’22, scritto da tale Eric Rucker (anzi, Rücker, secondo wikipedia, con l’umlaut da vero metallaro) Eddison, leale suddito di sua maestà britannica, cresciuto a pane e mitologia antica, greca, nordica, celtica – e si vede.

Giusto per dare un’idea, immaginate un mix tra il Signore degli Anelli, l’Orlando Furioso, l’Iliade e le tragedie shakespeariane: questo è il «Serpente Ouroboros». E’ davvero un libro «larger than life», come dicono gli inglesi, un libro senza uguali, sia nel bene che nel male. Nel senso che non è un’opera priva di pecche e imperfezioni, e forse conviene passarle subito in rassegna così, se siete di quelli che giudicano un libro in base alla gestione del punto di vista, alla distribuzione degli avverbi o alla coerenza filologica, potete risparmiarvi la fatica di leggerlo.

  • Il signor Lessingham. La storia ci viene propinata sotto forma di una specie di sogno, di visione, che un tale mr. Lessingham, sognatore professionista alla Randolph Carter, intraprende nella sua casetta nella placida campagna inglese. Peccato che a metà del secondo capitolo Lessingham sparisca da un paragrafo all’altro e di lui non si sappia più nulla. Come se l’autore se lo fosse dimenticato. In effetti si possono capire i critici che come Lin Carter hanno definito la faccenda «imbarazzante». D’altra parte, se lo scopo di Lessingham è quello di introdurre il lettore nel mondo in cui la storia è ambientata, il suo compito lo svolge. Come dire che se un amico ci accompagna al cinema non è che per tutto il film teniamo d’occhio l’amico. Oppure sì, ma non è questo il punto.
  • Mercurio e le corna dei demoni. La storia è ambientata sul pianeta Mercurio. O almeno così viene detto a Lessingham. Ma dopo la prima menzione, della faccenda non v’è più traccia. Non che importi molto, visto che ambientare una saga fantasy su un pianeta la cui temperatura diurna è di 350° non ha molto senso. Probabilmente Eddison aveva in mente qualcosa di simbolico, o forse ha scritto la prima minchiata che gli è venuta in mente. Comunque sia, questa faccenda di buttare lì un nome e non dar seguito alla cosa si ripete altre volte: per esempio ci viene detto che i protagonisti, abitanti della Terra di Demonland, sfoggiano un bel paio di corna sulla fronte. Corna d’ariete o d’antilope, e visto che stiamo parlando di principi e nobili signori, sono corna coperte d’oro, di gemme e pietre preziose. Dopodichè non si fa più menzione della cosa. Peccato, perchè Lord Spitfire, con la chioma bionda, la folta barba, la corazza nera, le corna adorne di gemme e piume d’aquila e un filo di fumo che gli esce dalle narici quando si inca**a, è davvero un’immagine epica.
  • I nomi. Già l’idea della Terra di Demonland può far venir la pelle d’oca a molti lettori; sapere che gli altri regni di Mercurio sono Witchland, Pixieland, Goblinland e così via può spingere i più esigenti a gettare il volume dalla finestra e a dedicarsi a R.R. Martin. Tolkien, che era pur sempre filologo fin nel midollo, lamentava proprio la scarsa coerenza interna dei nomi; per esempio, tra i Demoni troviamo Juss, Vizz, Zigg, Spitfire e Goldry Bluszco; altrove ci sono Fax Fay Faz, Lord Gro, Gandassa e Jalcanaius Fostus o qualcosa del genere. Molti di questi nomi risalgono all’infanzia di Eddison, quando si inventava le prime storie di eroi un po’ fumettosi che se le davano di santa ragione. Evidentemente aveva scelto come nomi parole che semplicemente gli piacevano, e li ha tenuti anche se, a distanza di anni, potevano sembrare un po’ idioti. Non so voi, ma io trovo questa fedeltà alle proprie cazzate giovanili commovente.
  • Il problema della traduzione. Un nostro caro amico definisce la versione italiana pubblicata da Fanucci «la bibbia del mattacchione» ed è in effetti vero che raggiunge picchi di nonsense decisamente lisergici. Il fatto è che il libro è scritto in un inglese arcaico, anzi, elisabettiano: uno stile potente, strabordante, eccessivo (anzi, quel genere di libro che fa venire voglia di leggerlo ad alta voce, magari in piedi; Eddison attinse a piene mani, citando le fonti nell’appendice, dalle opere di Shakespeare, Webster e altri) – ma piallato senza pietà da una traduzione banale. Solo che – e qui viene la parte psichedelica – la versione originale era corredata da note esplicative nel caso uno non sapesse cosa fosse un «firkin» o cosa volesse dire «strath». Le note sono state lasciate tali e quali. Così, mentre nella versione inglese possiamo scoprire che «strath» è un arcaismo per «valley», in quella italiana scopriamo con indubbio stupore che la parola «valle» significa «una valle». Voglio lavorare anch’io alla Fanucci. Dev’essere tipo una comune di hippies. Vabbè.

***

Ma a parte questo, cari i miei cosi, «Il Serpente Ouroboros» è un librone. E’ una storia di eroi e traditori, di battaglie colossali, di viaggi in terre misteriose, di mostri orrendi e principesse incantate, di magia e incantesimi e alpinismo. E mazzate come se piovessero. Per stabilire chi sia il più figo di tutti, il Re di Witchland sfida i signori di Demonland (Demonland è governata in pace e armonia da tre fratelli: Juss, Goldry Bluszco e Spitfire) a un duello. Un incontro di lotta, per la precisione: così Re Gorice XI e Goldry Bluszco si incontrano in territorio neutrale, nudi e coperti d’olio, e se le danno di santa ragione. Alla fine è chiaro chi abbia vinto, visto che Gorice giace a terra col collo spezzato. Ma c’è un ma, altrimenti la storia si chiuderebbe dopo cinquanta pagine. Quando uno dei Re di Witchland muore si apre una porta misteriosa nella Torre di Ferro di Carcë, la capitale, e ne esce – dagli abissi infernali – il nuovo Re, che conserva tutti i ricordi e le capacità dei suoi predecessori. Così Gorice XII esce dalla torre con la sua bella corona di ferro a forma di granchio e medita vendetta: evoca un emissario infernale che rapisce Goldry e lo porta chissà dove. I compagni, ovviamente, giurano di non aver riposo finchè non lo ritroveranno. La storia così si biforca: da una parte Juss, guidato da incantesimi e sogni profetici, gira mezzo mondo alla ricerca del fratello; dall’altra Spitfire difende Demonland dagli attacchi degli eterni avversari cui non sembra vero di essersi levati di torno due terzi dei loro più temuti avversari. In mezzo, intrighi e lotte alla corte di Re Gorice, i cui campioni sembrano assai inclini a pugnalarsi alle spalle, metaforicamente ma più spesso per davvero. E così la storia va avanti, tra battaglie campali e duelli all’ultimo sangue, incantesimi e maledizioni, ippogrifi e manticore, fantasmi e prodigi, ma soprattutto personaggi indimenticabili. Lord Gro, il consigliere di Re Gorice, malinconico filosofo, spinto da un insano amore per le cause perse a schierarsi sempre con la parte più debole (Witchland all’inizio, Demonland poi); i generali di Witchland, il vecchio Corund, testa rasata e immensa barba da re assiro, spadone e mantello di pelle di lupo, e Corinius, giovane, bello, impetuoso e completamente folle; e poi i signori di Demonland, e una schiera di principesse orgogliose, regine guerriere, tentatrici e incantatrici al pari di Lady Macbeth o angeliche presenze ultraterrene su cui mi permetterete di sorvolare sennò non andiamo più a casa.

E quando alla fine Witchland cade, ed è chiaro che dopo il dodicesimo Gorice non ce ne sarà un tredicesimo, i signori di Demonland si guardano in faccia e dicono: e adesso? Adesso che al mondo non c’è più nessuno al loro livello, che faranno? Come l’ispettore Zenigata senza Lupin, i nostri eroi si sentono dimezzati, inutili, e la vittoria non sembra più così luminosa. Anche perchè, sebbene su campi opposti, i due regni si riconoscevano quasi come pari: questa è una storia di eroi, dopotutto, e diversamente da Tolkien, in cui è l’uomo comune alla fine a salvare la baracca, qui sono tutti nobili e fighi e in più di un’occasione i guerrieri di Witchland danno prova di onore e lealtà tanto quanto i loro avversari. «Siamo nel regno del melodramma aristocratico,» scriveva Fritz Leiber in una sua recensione, «che non si preoccupa tanto di contrapporre il bene al male, quanto di mettere in scena onorevoli principi, bellicosi e ambiziosi, che si battono contro nemici disonorevoli in vario grado; ma tutt’e due le parti vivono per compiere gesta che stupiranno il mondo». Così gli Dèi concedono ai nostri eroi un desiderio: e il giorno dopo le navi di Carcë arrivano alle porte di Demonland, e un messo giunge a corte portando la sfida di Gorice XI. Il tempo, come il Serpente Ouroboros, si è mangiato la coda, e la storia incomincia daccapo.

Il che vuole forse significare qualcosa?  Chissà. «Questa non è nè un’allegoria nè una favola,» dice Eddison nell’introduzione, «ma una Storia da leggere per il gusto di leggerla». Ed è vero. E’ un libro meraviglioso ed eccessivo, un’opera di altri tempi; è un’opera profondamente «pagana», se mi passate il termine, a volte dionisiaca, nell’esaltazione della guerra, della lotta e della natura selvaggia, e a volte invece «solare», nobile, impassibile, profondamente aristocratica. E soprattutto è un’opera «circolare», che proprio per questo si sottrae al tempo storico per collocarsi nell’universo del mito, là dove Witchland e Demonland, come «il veltro e il cinghiale, continuano la trama di sempre, ma riconciliati tra gli astri».

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Wow! Ci sono ben 6 commenti!

Commenti (Wow! Ben 6 commenti!)

Bruno

28 marzo 2011 alle 00:11

Insomma, volevano consolare i lettori depressi dal fantasy di oggi, mostrando che anche un tempo non è che ci fossero soltanto i capolavori…

sq.caz. (1d3)

28 marzo 2011 alle 16:34

Un po’ come in tutte le epoche storiche… alla fine credo che anche negli anni ’20 si pubblicasse una buona dose di minchiate, che ora sono grazie all’onnipotente sepolte negli abissi dell’oblio. Quello che un po’ mi premeva sottolineare, piuttosto, è come libri come questo, che magari secondo i nostri “moderni” criteri di valutazione potrebbero sembrare delle solenni cazzate (basti pensare ai nomi dei personaggi), alla lettura risultano inaspettatamente potenti. Ogni epoca ha le sue mode e i suoi “filoni”, dopotutto.

[...] La Straordinaria Invenzione di Hugo Cabret (Brian Selznick), graphic novel, circa♦ Il Serpente Ouroboros (E. R. Eddison), hign fantasy come non ne fanno [...]

Alf

14 ottobre 2012 alle 15:59

Lo sto leggendo proprio ora, dopo averlo trovato usato a 10 euri (sono miracoli che al Libraccio ogni tanto succedono). Qualcosa di pazzescamente potente e credibile – a parte i nomi, ma vabbè.
Ho ancora nella testa l’immagine di Gorice XI che si sfracella per terra, scaraventato dallo sbavante Goldry Bluszco.

squadra cazzate

15 ottobre 2012 alle 14:53

… esatto! (fra l’altro dopo aver tentato di uccidere l’avversario cacciandogli le dita su per il naso fino al cervello, no, dico, questa è classe.)

anna che scrive

1 novembre 2012 alle 17:18

eh no cicci
stavolta no
dopo essermi sciroppata tutti e tre i volumi del Gormengast
ho deciso di andarci più cauta

vade retro e terza e quarta di copertina!

ma è fuori catalogo?
chissa se anche io lo trovo usato…

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