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LE ALGIDE FIABE POLARI

(Fiabe gelide e ostili della tradizione popolare polare di un po' di popoli del polo popoloso, dove fa freddo. D'inverno. Ma anche d'estate. Ma meno. Anche se l'estate scorsa... THUD!)

Ebbene sì! Beccatevi un'altra epica saga nordica! Ma state tranquilli che appena ci siamo fatti le ossa con queste abbiamo in serbo (nel senso in italiano ma le teniamo in serbo (nel senso... vabbè)) una mirabolante serie di saghe amborigine, tootsie, madai, arigonchine e così via dicendo e cianciando.
Bene così.

La Regina del Cartello della Giada e il Cavaliere Pavido dall'Alito Pestilenziale.

Capitolo 1
Capitolo 2
Capitolo 3
Capitolo 4
Capitolo 5
Capitolo 6
Capitolo 7
Capitolo 8
Capitolo 9
Capitolo 10
Capitolo 11

CAP I

orreva l'anno del fiammifero, il giovane Kaprawoulf aveva 6 anni. Quell'anno suo padre partì per la Terra del Freddo Lontana e Inospitale promettendo che sarebbe tornato di lì a poco con indicibili ricchezze.
"Sì, sì. Voi aspettate tranquilli che io vado. Mi sono proprio rotto i coglioni. Adios imbecilli." Queste furono le sue ultime enigmatiche parole.
Sua madre Uggezia si chiuse allora in un cupo barattolo di salamoia dal quale non volle più uscire.
Passavano le stagioni e Kaprawoulf cresceva tenebroso all'ombra del vecchio platano spiovente.
Il suo fedele amico Flaffenberg cercava di convincerlo a svagarsi con giochi, lazzi, motti di spirito, meretrici e procioni imbalsamati ma Kaprawoulf non faceva che parlare della Terra del Freddo dove crescono alberi di ghiaccio, gli uomini si chiamano Pino e vestono in tweed e altre minchiate senza senso del genere.
Il giorno del suo quindicesimo compleanno Uggezia lo chiamò dal suo barattolo di salamoia.
"Hai di nuovo finiti i cetrioli mamma?" chiese il ragazzo.
"Ascolta piccolo mentecatto, oggi tu sei maggiorenne. Sei un adulto ormai."
"Ehm, veramente ho solo quindici anni..."
"Lo so ma mi sono scassata la minchia di aspettare quindi sei maggiorenne! E non contraddirmi che sarò pure chiusa in un barattolo ma so sempre come prenderti a legnate."
"Come dici tu mamma."
"Va nel ripostiglio dietro la stia dei polli, in una vecchia scatola di cartone troverai un rastrello. E' il potente rastrello di saggina, donato a tuo padre dal mago Bagonzo quando era giovane."
"Chi era giovane? Il mago? o papà?"
"Ma che domanda è? Non ha nessuna importanza ai fini della storia, perchè non mi chiedi la ricetta dell'anatra ostrogota allora?"
"Come riconoscerò la scatola mamma?"
"C'è scritto ACME!"
"E come riconoscerò il rastrello?"
"E' l'unico nella scatola idiota!"
"E com'è la ricetta dell'anatra ostrogota?"
Dal barattolo di salamoia si udì un sospiro sommesso.
"Ora va! Imbecille! E quando avrai preso il rastrello sarai libero di partire, girare il mondo in cerca di avventure e morire un po' come ti pare."
"Ma veramente io starei bene qui..."
"Sparisci mentecatto! Ho detto!"
Kaprawoulf trovò la scatola, il rastrello era lì, di fianco alle divine cesoie di mogano e all'ignobile vanga di terracotta, lo prese e capì che era il momento di partire.
Un piccolo foglietto adesivo sul rastrello recava la scritta "Levati dalle palle!"
Fu così che Kaprawoulf lasciò il villaggio natio. Prima di partire però decise di portare con se le cose che più lo avevano rallegrato nei suoi anni di gioventù. Vale a dire il vecchio platano spiovente e il giovane Flaffenberg (nonostante i pareri contrari del giardiniere del villaggio e dello stesso Flaffenberg).

 

CAP II

aprawoulf era in viaggio ormai da venti minuti quando le provviste finirono.
“Forse avresti dovuto prendere del cibo prima di partire, coglione!” Urlò Flaffenberg dal fagotto sulle spalle del giovane.
“E posso scendere ora? Che qui col platano sto un tantino stretto.”
“Andremo a rifollarci lo stomaco all’Unno impalato.”
“Andremo a cosa??”
“Rifollarci. Perché?”
Dal fagotto si udì un sospiro sommesso.
“Niente. Errore mio.”
Arrivarono così a Caponaghen, il capoluogo della provincia che distava ben 20 leghe (pari 153 verste, cioè 24 yarde alemanne che sono circa 12 leghe. Ma non erano 20? Insomma saranno un paio di chilometri.). Si fermarono alle porte della città dove il fedele guardiano Enzø li squadrò e intimò:
“Fermo!”
“Ehm… già fatto.”
“Bravo.”
Kaprawoulf attese.
“E quindi?”
“Ah! Scusa! Quali affari ti menano a Caponaghen? Chi sei? Cosa porti?”
“Kaprawoulf è il mio nome, figlio di Uggezzia del Barattolo di Saalamoia. Con me reco un platano, un rastrello di saggina e tale Flaffenberg figlio di Flaffenberg figlia di Flaffenberg figlio di Flaffenberg figlio di Ugö. Ehm… e qual’era la prima?”
“Quali affari ti menano, intendi?”
“Nessuno mena a Kaprawoulf! Ricordalo bene, stolto!”
“Va bene. Se lo dici tu.”
Arrivarono così alla soglia dell’Unno Impalato dove capeggiava un cartello che recava una scritta che diceva qualcosa che suonava come “ATTENTI AI MOSTRI ERRANTI – SELEZIONE NATURALE ALL’INGRESSO”. Entrarono lo stesso. Analfabeti! (Tranne il platano che aveva studiato alla Sorbona ma aveva alcune difficoltà ad esprimersi). Pochi secondi dopo uscirono inseguiti da:
un Catoblepa,
un bartender beholder strabico,
due rugginofaghi gemelli di Monza,
un orsogufo polare,
ventiquattro coboldi tisici e prossimi alla pensione che erano venuti per le acque termali,
un cubo gelatinoso nano, un cubetto insomma,
un mostro nordico (Jurgen, alcolizzato norvegese, tipo il cantante dei Burzum, avete presente? No? Fa lo stesso.),
la famiglia Bradfjiord,
un canguro che si era perso la cerimonia di apertura delle olimpiadi,
e uno sgabello molto incazzato.
Mentre fuggiva Kapawoulf pensava alla sua giovinezza, all’odore delle fronde impregnate di rugiada, mentre Flaffenberg pensava “Corri imbecille, non ti distrarre come al solito. Tu e le tue fronde di rugiada del cazzo, lo so io come va a finire!”
Si rifugiarono infine sulla cima del platano che, sradicato, giaceva a terra pensando a come gli era venuto in mente di lasciare la Francia per questi posti di merda! I mostri, allibiti nonchè disarmati da tanta idiozia fissarono il giovane Kaprawoulf per alcuni secondi, poi se ne andarono gettandogli delle monetine in segno di disprezzo. Tutti tranne lo sgabello che si fermò a raccogliere le monetine:
“Ehm, scusate. A voi non servono vero? Sapete, la recessione.”
“Fa pure” disse Kaprawoulf, “ma dove le metti che non hai le tasche?”
“Se è per questo non ho neanche le mani. O la bocca, eppure son qui che dico cazzate per pochi spiccioli. Mai sottovalutare uno sgabello! Io sono Uno Sgabello, piacere.”
Uno Sgabello era Uno Sgabello perché sua madre Fiona Panca aveva sposato Amilcare Sgabello da cui aveva avuto dieci figli di cui Uno era il primo, appunto.
“Lo vedo che sei uno sgabello.” Disse Kaprawoulf.
“Lo vedo anch’io che sei uno sgabello, anche se nessuno mi interpella e tutti continuano a fare come se non ci fossi”. Disse Flaffenberg.
Senza dargli retta lo sgabello continuò: “No, io sono Uno Sgabello! Piacere!”
“Ho capito! Uno sgabello! S-G-A-B-E-L-L-O! Tipo una di quelle cose su cui ci si siede? Chessò? Uno sgabello?”
Vabbè, vi siete fatti un’idea di come continua questo dialogo per cui saltiamo alla fine:
E così Erinnarinnirahannarica fu salva ma questo costò la vita del suo commercialista il quale, esalando l’ultimo respiro, la vide allontanarsi serena sulla sua bicicletta al tramonto. Ma questo non gli fu di alcun conforto.

 

CAP III

uell’anno la Fiera del Papero Bollito di Tapinambur non si tenne. I tapini, gli abitanti di Tapinambur, un imbelle villaggio alle estreme propaggini delle province esterne della Terra del Freddo Lontana e Inospitale, rimasero molto delusi, ma non osarono protestare. Da quando Manølo, il nano gigante console legato incaricato dal re in persona, amministrava quelle lande molte cose erano cambiate. Tra esse: le tende del salotto di Fionnula Fjordöna, la dieta della famiglia Budinbrock, diventati tutti improvvisamente e inspiegabilmente vegetariani, l’altezza del campanile della guglia ovest della cattedrale di Zeermelø, capoluogo della provincia, i lacci delle scarpe di tutti gli abitanti di Gløppa (ma questa è una storia troppo lunga e complicata per essere riportata nelle cronache che seguono), la politica sociale delle istituzioni riguardo all’annoso problema dell’integrazione della popolazione Gnugnip nell’enclave culturale degli Spiti (di cui Tapinambur era storicamente il centro principale), l’atteggiamento generale della classe dominante nei confronti delle fiere di paese e alcune altre cosette che sarebbe bello approfondire, ma invece resteranno per sempre nell’oblio dell’ombra della dimenticanza del mondo. Eh, che ci volete fare.
Erinnarinnirahannarica si era trasferita a Tapinambur solo da pochi mesi, lavorando nella locale agenzia di collocamento interinale e, come tutti, aspettava con ansia la Fiera del Papero Bollito.
“Chi può volere una cosa del genere?” chiese a Blubmilla, sua bulimica collega ed amica.
“Mi sento avulsa dal contesto.” Rispose Blubmilla.
“Se vuoi ho un’aspirina.”
“Intendo dire che non capisco a cosa ti riferisci.”
“Dai, quella cosa frizzante che si mette nella vodka per far passare il mal di testa.”
“No, intendevo dire prima. So cos’è un’aspirina... in che senso nella vodka?”
“Aspirina? Io credevo parlassi di anfetamine.”
Blubmilla emise un lieve sospiro sommesso.
“Hai chiesto chi potesse volere una cosa del genere.”
“Ah! Non lo so proprio. Più ci penso più mi sembra un inspiegabile anfossità.”
“Cosa? Cosa ti sembra un... una... una che?”
“Cosa?”
“Credo che ti ucciderò.”
Erinnarinnirahannarica era una cara ragazza, solo non tanto sveglia, ecco, ma nessuno è mai stato messo a morte per questo, no? Bè a parte Lapilla Salamalappu, precedente impiegata della medesima agenzia di collocamento interinale, la quale avendo confuso i significati di “collocamento” e “morte all’invasore oppressore” si era attirata le ire di Manølo ed era in attesa di esecuzione capitale.
“Vabbè” esalò Erinnarinnirahannarica “se non posso andare alla fiera del Papero Bollito mi consolerò andando all’esecuzione della Salamalappu, ho sentito che i coniugi Budinbrock stanno organizzando un banchetto con birra e salsicce di soia per l’occasione. E pare ci sarà anche la banda degli ottoni di Gløppa.”
“Povera Lapilla, occupava il posto dove sei tu adesso, non era una cattiva ragazza...”
“Bla bla bla, va bene, va bene. Ti va un caffè, che dopo un po’ che lavori in questa agenzia di morte all’invasore oppressore una pausa ci vuole.”
Ebbene così si conclude questa parte della saga. Dopo tanta azione, immani emozioni e violenze a profusione una sosta s’impone.
Eccome.
Benone.
Ehm.

 

CAP IV

lin. Un verde prato. Un cielo limpido. Uccellini cinguettano in lontananza.
Plin Plin.
La basilica di Santa Scamorza a Vitrebbia.
Plin Plin Plin.
Uno zefiro gentile dal mare spira. Beati greggi di ovini pascolano beati, appunto.
Plin Plin.
Un solitario cacciator per le lande si aggira. Un ciclamino tra le labbra. Un bazooka nella mano destra, un lanciafiamme nella sinistra.
Plin Plin.
Le rovine della villa di Päappö a Verrǚka Gunther.
Plin Plin Plin.
Un pioppo!
Plin Plin Plin Plinplinplinplin PLIN!
Loschi figuri s’acquattano tra i bossi.
Plin.
Il solitario cacciator s’arresta meditabondo preparandosi alla lotta.
Plin Plin Zam zam zam.
Un altro pioppo.
Plin!
Un pinguino ninja in gita di piacere.
Pli… eh?
Loschi figuri si lanciano alla carica. In lontananza gli uccellini si dileguano. Un attimo di silenzio. Anche le pecore se la squagliano.
Zazaaaam!
All’urlo di “Katamarrano!” il solitario cacciator si avventa sui loschi figuri. E baraonda! Fiamme, spari, frizzi e lazzi riempiono l’aere.
Plin plin plin.
Un altro pioppo ancora.
Plin.
Dalle diroccate mura di cinta della villa di Päappö altri loschi figuri, questa volta più sgamati, si avventano sul solitario cacciator. Porcazza.
Plin. Bam! Sbadaragang! Plin plin.
Loschi figuri cadon morti come mosche al sole. Il solitario cacciator è ferito, stremato. Insomma butta male.
Plin plin plin.
Il solitario cacciator si rifugia nella basilica di Santa Scamorza inseguito da un numeroso contingente di loschi figuri. Armosi e pericolanti... cioè armati e pericolosi... insomma cattivi.
Plin plipliplin.
Il pinguino ninja assiso su una panca della basilica in contemplazione delle sacre icone. San Barbonzio, protettore dei ghiaccioli all’anice.
Plin.
I loschi figuri. Sempre loro. Loschi e agguerriti. Il solitario cacciator. Braccato. Ferito. Una granata in una mano. Una sicura nell’altra mano. E ora sono cazzi.
Blam. (Esplosione forte)
Per quaranta giorni e quaranta giorni i resti del solitario cacciator piovvero sulle colline. Mescolati ai resti dei loschi figuri. Ma la sua anima perdurò.
Plin plin.
Il pinguino ninja sopravissuto all’esplosione. Il solitario cacciator, le mani sulle tempie del pinguino, il volto contratto nella consapevolezza della morte.
Plin plin plin.
“Se c’è riuscito il dottor Spock posso farcela anch’io eccheccazzo!”
Plin plin pliplipliplin plin plin.
E ancora un pioppo. Ma dico io. Che poi qualcuno me lo spiega cosa ci stanno a fare tutti sti pioppi.
Plin!

 

CAP V

laffenberg interloquì “Ecco, ci siamo persi.” dalle spalle di Kaprawoulf dopo un silenzio durato quasi dieci secondi.
“Lo hai detto già pochi secondi fa!” replicò stizzito kaprawoulf.
“Questo non cambia la natura dei fatti. Ci siamo persi! Perdinci, Kapra non arriveremo mai alla Terra del Freddo Lontana e Inospitale se ti ostini a non voler comprare una mappa e a non chiedere informazioni ai passanti. Vero sgabello?”
“Vero! Smarriti ci siamo e incontro a morte sicura stiamo andando. Che posto lugubre è mai questo? E ho anche un pochino fame.”
“Brrr” sottolineò Flaffenberg.
“Lugubre invero, questo villaggio mi da i brividi, che facce losche. Che luogo ignobile è mai questo? Orsù Kaprawoulf, chiediamo informazioni a quella vecchia e leviamoci dal ca… ehm proseguiamo per la nostra strada” Puntualizzò Flaffenberg indicando una vecchia donna ricurva su un barile.
Preso coraggio Kaprawoulf le si accostò: “Ehm… domando scusa…”
“Kaprawoulf?” la vecchia lo guardava sbalordita.
“Mamma?”
“Che cazzo ci fai qui, razza di mentecatto? A quest’ora non dovresti essere nella Terra del Freddo Lontana e Inospitale?”
“Mamma, che ci fai fuori dal barile?”
“Sto cambiando la salamoia. Non cercare di cambiare discorso, pezzo di decerebrato, non ti avevo detto di levarti dai coglioni? Che ci fai ancora qui razza di testa di palta?”
“Ci siamo persi mamma, ma abbiamo vissuto tante avventure emozionanti.”
“Davvero?”
“No.”
“E allora levati dal piloro, misero aborto di tubero. Toh, eccoti gli spiccioli per l’autobus, se ti sbrighi magari riesci a prendere l’ultimo torpedone per l ’Umido Fanghiglioso Territorio da qualche parte al Nord, poi da lì la Terra del Freddo Lontana e Inospitale dovrebbe essere vicina… credo… o forse no. Ma in fondo che cazzo me ne frega, purchè ti levi dalle palle.”
“…”
La vecchia tornò a rimestare nel suo barile con espressione assorta ancorchè intenta.
“… mamma?”
“Cosa?”
“Niente… allora io andrei…”
Mentre si allontanava verso la fermata del bus, Kaprawoulf potè udire sua madre che diceva “Che minchione smidollato… e pensare che io volevo una femmina… ah, ma se rinasco gliela faccio vedere io…”
Qui nella storia si innesta una parte estremamente noiosa, in cui Kaprawoulf e i suoi baldi compari prendono la corriera, vengono assaliti da un commando di ninja assassini al soldo del borioso Alonso, boss della mala dell’Umido Fanghiglioso Territorio da qualche parte al Nord, con i quali ingaggiano un combattimento all’ultimo sangue salvandosi per il rotto della cuffia gettandosi nel canyon alle foci del Rio Pancho, vengono prelevati dagli alieni poco dopo essere riemersi dalle limacciose acque del rio, cenano con Zulumbard, sovrano indiscusso del pianeta Opottopo per poi essere venduti come schiavi al sovrintendente delle miniere di guano della terza luna di Opottopo, scappando nottetempo camuffati da vecchie credenze Luigi XV e nascondendosi nella stiva di carico di un cargo portafanghiglia diretto all’Umido Fanghiglioso Territorio da qualche parte al Nord e arrivando a Buganville, capitale dell’Umido Fanghiglioso Territorio da qualche parte al Nord, dove Alonso la fa da padronso ormai da un po’ di tempo, giusto in tempo per l’inaugurazione della mostra “Opere lutulente nell’arte contemporanea – Una retrospettiva su Teodoro Fanghigliani e il suo periodo di melma”.
E qui una zingara fa una profezia che suona come qualcosa tipo “morirete tutti”, ma con un accenno di “dannazione eterna su voi e la vostra progenie” e forse anche un pizzico di “e non dite che non vi avevo avvertito”.
Ma nessuno la sta ascoltando!
“Kaprawoulf, caro.”
“Dimmi Flaffenberg.”
“Senti Kaprawoulf, amico mio, non per farmi i cazzi tuoi, ma siamo al quinto capitolo della tua saga e in pratica non è ancora successa una sega. Scusa lo scurrile bisticcio verbale.”
“Al quinto? Ma va? A me sembra come se fosse solo il terzo… ma pensa. C’avrai anche ragione, ma che dovrei fare? Prendere quel kalashnikov dimenticato in un angolo e abbandonarmi ad atti di violenza inconsulta sulle folle inermi?”
“…”
“Perché mi guardi così?”
“Niente.”
“No! Non lo farò!”
“E dai.”
“Ho detto no!”
“Non lo dirò a nessuno.”
“Uhmmm.”
“Dai. Dai. Sarà divertente!”
E fu così che Kaprawoulf uccise Alonso, che stava sopraggiungendo proprio in quel momento, a colpi di kalashnikov e si attirò le ire della mala dell’Umido Fanghiglioso Territorio da qualche parte al Nord.
Mentre correva inseguito da una squadriglia di assassini ninja Kaprawoulf pensava “Sarà divertente un cazzo, io volevo le fronde ricoperte di rugiada e invece finisco sempre a scappare portandomi in spalla st’idiota di Flaffenberg e questo platano del cazzo che mi domando come mi è venuto in mente di portarmelo dietro.” Flaffenberg invece pensava “Corri imbecille che se no va a finire come al solito. Ah, ma se usciamo vivi da qui sto platano lo faccio a fettine che qua dietro si sta davvero stretti.”
Lo sgabello invece pensava “Aspettatemi stronzi che ho le gambe corte.”

 

CAP VI

poi venne il pinguino e il detective e le alci e l'albergo. Ma tutto questo andò perduto nelle nebbie dell'oblio come lacrime nello stracotto d'asino. Ma meglio non parlare di cose tristi. Meglio tacere. Omertà. Eccheccazzo.
E nella stanza Mimmo (non chiedete, tanto non vi sarà dato) della Locanda il vecchio detective riflette. Il vecchio detective sarei io. Che non sono affatto vecchio. Ma rifletto. A volte. Ad esempio ora. Più o meno. Adesso. Ecco. Avete visto? No? Vebbè, riflettevo. Fidatevi.
Quella notte molti dubbi assallivano e assilavavano la mia mente. Forse assallavano e sassalivano, non so, non ricordo bene. Il pinguino perseguitava i miei augusti pensieri. Da dove veniva? E perchè? Aveva forse qualcosa a che fare con le ghette di Lady Vladislava Skakkabaroskaja. Ma il concetto che con maggior frequenza si presentava alla mia consapevolezza era "protestantesimo".
Ho bisogno di bere. Dove avrò messo quel whisky cencioso?
Possibile che avessi incontrato il pennuto in Vietnam? Non ricordo nemmeno di essere stato in Vietnam, anche se questo non vuol dire un cazzo dato che ho un bullone nel cervello che a tratti fa interferenza. "... il Signore è con te, e con il tuo spirito..." Signore? Quale signore? Devo aver di nuovo captato Radio Maria. Porcazza. Maledetti. Mi ammazzano con l'onda, io lo so.
Dicevo? Niente. Scrivevo? Non ricordo.
Eh, che vita di merda.
Il pinguino aveva detto qualcosa. Sono sicuro. Ma cosa?
Era qualcosa del tipo: "Quak squek berequek."
Ma forse era "Brek squenk aqquekk."
Non che faccia molta differenza tanto non avevo capito un cazzo di quello che diceva. Forse perchè non parlo la lingua dei pinguini. O forse per un'ulteriore degenerazione dell'afasia di Wernike che da qualche tempo mi affligge.
La bionda era uscita dal mio ufficio portandosi dietro l'alone di profumo da quattro soldi le gambe mozzafiato e parte del mio intestino tenue.
Ma questo era successo quattro mesi fa. Quindi perchè ne parlo?
Mah. A volte mi stupisco di me stesso. Come quella volta che ho lanciato il mio commercialista in orbita in un frigorifero.
Per questo mi trovavo in quell'albergo. E' difficile vivere senza intestino tenue. E senza commercialista. Dovevo recuperarlo. Uno qualunque! E la Skakkabaroskaja rivoleva le sue ghette. Maledizione. Dannata noblità. Non è più come una volta. Porcazza. Campanelline.
Andrò a far visita al palmipade e lo torchierò finchè non avrò saputo quello che voglio sapere. Sempre che lui lo sappia. Perchè potrebbe anche non saperlo. Non lo so. Per questo devo torchiare il palmipede. Alla peggio magari può indicarmi qualcuno che potrebbe saperlo. O anche no. Ma sapete come si dice: "Mai perdere l'occasione di torchiare un pinguino!". In che stanza stava?
E così in quell'uggioso meriggio autunnale che preannunciava il sopraggiungere delle prime nevi sulla Terra del Freddo Lontana e Inospitale il vecchio detective uscì dal suo ufficio, per la prima volta dopo quattro mesi, e si avviò nel pericoloso corridoio della locanda.
Entrai nella stanza del pinguino (smettetela di fare quella faccia ogni volta che passo dalla prima alla terza persona tanto ormai avete capito e poi non è che state leggendo Michele "Perditempo" Proust, no?) col cipiglio e la fermezza di un vero Arpagliere. Gli saltai alla gola e gli puntai il freddo calcio della mia fedele 44 alla tempia. Urlai con tutto il whisky che avevo in gola.
"Parla! Miserabile!"
"Stanza accanto!"
Bè, capita di sbagliare no? Specie se avete una labirintite cronica che aflligge il vostro orientamento e la percezione spaziale.
Ma voi non l'avete. Io invece sì. Porcazza.
"Ah! Grazie. Domando scusa."
"Prego si figuri, per così poco."
"Scusi per la macchia sul copriletto."
"Non si preoccupi, domani lo mando in tintoria."
"Bè allora la saluto. Scusi di nuovo. Ossequi."
"Senta..."
"Dica."
"La pistola."
"Cosa?"
"La giri, potrebbe essere più efficace."
"Oh. Sì. Certo. Come no. Grazie di nuovo. Allora io vado, eh?"
Bifolco. Non sa neanche come si tiene una 44. Zucchina (questo è Wernicke).
Il detective entrò nella stanza del pinguino (Eh? Eh? Terza persona. Eravate attenti? Eh?), con passo sicuro si avvicinò al volatile (che peraltro non vola ma vabbè, di questo parleremo in separata sede) e interloquì:
"Parla! Mallanzone!"
"Quek?"
"Dove eri la notte del 14 febbraio 246?"
"Squequek?"
"Ok. Lascia perdere. Dimmi quello che sai."
"Squenk querek quenequek. Suik squok berequek, quebek. Quik quik quorok. Qualek quek kluk quikikik, quonka quek qualanka quak. Quakkio! Quaquaqua, quoque brute. Quo? Qui qua: "Quisquie quokka qualokka quakka quakka." quirikkio qualanaqqua quokka. Quorokka quakkia quokkonika. Qualappaqua quiche quenakkia, squokkia berakkia quikka. Quekkola squokkola..."
"Squokkola?"
"Squokkola."
"Ok."
"Squokkola qualakkialamakkola. Quikkele barakkalaquakka. Spam spam quak quak. Guakkio squakkio soqquakkio abbakkio. Quinkio? Squinkiokkio. Okkioquolokkiolo quekkolomelekko, quok qualakkamalakkasquakka quk. Ok? Quonk. Qui Gong Quakk quoquolo sberekk quakut ququola quankalasakkala quimikalakka lakka quakka, quikki quikki sbarakkini. Hi! hi! hi! Quonkolo sbonkolokkio quorkolloquone quakkero! Squiquikikilikikolokiki, qui ki? Ki! Oquokolokko? Quokko? Quankalakka squilibakka quankalama quakka..."
(continua...)

CAP VII

lonso era morto. E questo non era piaciuto a Vitø Pastranø, il capo della Gang di Quelli Che Menano Quelli Che Non gli Stanno Simpatici, che governava con pugno di ghisa e guanto di ghisa tutti gli umidi e fanghigliosi territori del Nord, dell'Est, del Sud e finanche dell'Ovest.
Lo stracchino non era morto. E anche questo non piaceva a Vitø Pastranø. Lo stracchino. Non il fatto che non fosse morto. Che poi se ci pensi è un formaggio e quindi non può mica morire. Che non è che se lo accoltelli si fa male, no? Vabbè, ma che te lo dico a fare?
Anche Einstein era morto. Ma a Vitø Pastranø del decesso di una delle più illustri menti del ventesimo secolo non gliene fregava un fungo. E comunque questo non c'entra un tubo, giusto?
Vitø Pastranø aveva indetto una riunione coi boss della mala degli umidi e fanghigliosi territori dei quattro punti cardinali. Ma non era venuto nessuno.
Aveva aspettato.
Anche piuttosto a lungo.
Poi aveva chiamato Cirillo Grissino suo servitore, amico nonchè lacchè del vicerè.
"Che ora è?"
"Le undici, signore."
"E dove sono tutti?"
"E che cazzo ne so io, signore?"
"Non riesco neanche a indire una cazzo di riunione, mi dici tu come faccio a governare un'organizzazione criminale?"
"No."
"No cosa?"
"Non saprei, qual'era la domanda?"
"Non riesco neanche a indire una cazzo di riunione, mi dici tu come faccio a governare un'organizzazione criminale?"
"Ah... allora sì!"
"Me lo dici?"
"Cosa?"
"Sigh... lascia perdere."
"Quali sono i suoi ordini, capo?"
"Perchè? Fa differenza?"
"Certo signore. Ogni suo desiderio è un ordine."
"Tanto non esegui mai gli ordini."
"Lei ha ragione, capo. Ma dimentica che i sogni son desideri."
"Quindi ogni mio desiderio è un sogno?"
"Sì."
"E quindi ogni mio sogno è un ordine?"
"Parrebbe..."
"Questa notte ho sognato che ero in mutande davanti al frigorifero e un enorme creatura gelatinosa dai tentacoli di lampone mi porgeva un telefono di pan pepato e dall'altro capo mia madre mi ricordava che i tappi di sughero sono l'unica cosa davvero importante della vita: Come la mettiamo?"
"Sarà fatto, capo!"
"Cosa?"
"Niente... dicevo così per dire... Perchè mi guarda con gli occhi iniettati di sangue?"
"Lascia perdere. Prendi nota. Voglio la testa di Garcia!"
"Ce l'ha già."
"Ah... allora dimmi... che teste mi mancano..."
"Dunque vediamo.... Mozart."
"Celo."
"Camillo."
"Celo."
"Steven Seagal."
"Celo."
"Il Papa."
"Celo."
"Il capitano Picard."
"Celo... e quella pesa."
"L'uomo di latta del mago di Oz."
"Chi?"
"L'uomo di latta del mago di Oz... dai... quello lì..."
"Ah. Celo."
"Lando Carlissian."
"Celo."
"Madre Teresa."
"Celo."
"Quipeg."
"Celo."
"Kaprawoulf."
"Manca."
"Dunque è deciso. Sarà Kaprawoulf."
"E chi cazzo è Kaparawoulf?"
"Aspetti che guardo, signore."
"Dove?"
"Nei capitoli precednti."
"Domada stupida... a volte mi chiedo chi me lo faccia fare."
"E' quello che ha ammazzato Alonso."
"Bastardo. Me la pagherà! Alonso era un così bravo scagnonso! Voglio la sua testa!"
"Quella di Alonso, signore?"
"Quella di Kaprawoulf, imbecille!"
"Sarà fatto, capo."
"Affida la missione al nostro uomo migliore."
"Sì, capo. L'affiderò al Pinguino!"
"Il Pinguino è il nostro uomo migliore?"
"Sì, capo."
"Ma è un pinguino."
"Sì, capo. E allora?"
"Non è un uomo."
"No, capo. E' un pinguino. E allora?"
"sigh."
"Cosa?"
"Niente... siamo in una botte di ferro."
"Dove?"

CAP VIII

uakkarilla quarikkia quakka makka orcavakka!"
Eh, sì, il pennuto aveva proprio detto:
"...quakkarilla quarikkia quakka makka orcavakka!"
Per questo avevo preso il mio zaino, il barattolo di salsa worchester che da mesi tenevo in soffitta e mi ero messo in marcia. (Io sono il detective, quello che passa dalla prima alla terza persona, vi ricordavate di me, vero?)
Quando il pinguino aveva detto:
"...quakkarilla quarikkia quakka makka orcavakka!"
nella mia mente era balenata una parola, qual luce nella cupa tenebra, quasi come la "cassa meno di dieci pezzi" quando sei all'esselunga all'ora di punta:
"Øleandrø!"
Forse il pensiero era stato dovutao all'afasia di Wernicke. O forse no. Non avevo mai pensato all'øleandrø prima... e non è che ne avessi sentito la mancanza. Comunque ormai ero in viaggio e il mio compagno di viaggio (un brutto ristoratore svizzero dai lunghi baffoni, gestore dell'Osteria della Polenta Sgamuffa, in un remoto villaggio dei Grigioni che si era trasferito al nord per sfuggire alla legge... o dimenticare un amor fallito... o perchè gli andava... o qualche altra ragione di cui francamente non me ne fregava una minchiazza, che tanto quello parlava da quando eravamo partiti dei cazzi suoi e io avevo ascoltato sì e no tre parole: "Flauto", "Limaccioso" e "Pantagruelico", ma può sempre darsi che anche queste fossero dovute all'afasia di Wernicke... maledetti crucchi) non si sarebbe certo fermato così, per niente.
Lo guardai.
"Non mi stai ascoltando." disse.
Era davvero brutto. Replicai:
"...quakkarilla quarikkia quakka makka orcavakka!"
"Appunto." disse lui.
"Eh?"
""Eh?" dovrei dirlo io."
"Perchè?"
"Perchè non sono io che ho detto "...quakkarilla quarikkia quakka makka orcavakka!""
"No sono io, tu hai detto: "Non mi stai ascoltando", che, per inciso, come vedi, non è affatto vero, io invece ho detto "...quakkarilla quarikkia quakka makka orcavakka!""
"Eh?"
"Altolà! "Eh?" l'ho detto prima io..."
"E perchè?"
"Ehm...."
"Perchè non mi stavi ascoltando!"
"Bugia!"
"Ah sì? E allora dimmi, perchè sto andando all'Umido e Fanghiglioso Territorio da Qualche Parte al Nord?"
"...quakkarilla quarikkia quakka makka orcavakka?"
"Non cercare di cambiare discorso, cosa che, per doppio inciso, non puoi fare dato che non sai di cosa stiamo parlando, motivo per cui hai interloquito con un sonoro "Eh?""
Odio gli esercizi di logica, se incontrassi Aristotele lo saccagnerei di botte come merita, e comunque il baffuto lanzichenecco mi aveva beccato in castagna... ma francamente non avevo nessuna voglia di ascoltare uno svizzero baffuto...D'altronde chi ha voglia di ascoltare uno svizzero baffuto. Ci mancava solo che si mettesse a cantare una triste ballata yodel.
"E ora, visto che non mi ascolti canterò la Triste e Alquanto Lunghetta Ballata Yodel del Montanaro Tamarro e Solitario"
"Sigh."
"Yodollallalaio Yhuuu-Uhuu! Son Oldovino, misero tapino.
Yollalala Yodella Ya! Mesto me ne vo con il mio apino, sul ghacciato lago alpino.
Yodrellayalai! Yulla Yodelsototh! A spaccar ghiaccio coi ramponi per le lande dei grigioni.
Yudel! Odolalaiolo! Che son belli, che son buoni. Seppur privi di lamponi.
Yadalamaiala! Yolanda! Senza tenzone, senza lotta, e indosso sol una canotta.
Yodolla Yhu! Ollala! Foderata di marmotta mi protegge dalla gotta.
Yodolanga yuouaoueualla! Dalla cima al pian si ode il mio lamentoso yodel.
Yuuuuuuh Ahuuuuuuu! Mentre il cuore mio esplode per l'amor che non più gode.
Glogloglo Yodolla! Yo!
E' del 1654 l'invenzione della pressa idraulica a uvetta e stantuffi.
Adalaiodala! Yo Yo Ma! Chiudo la didascalia per piccina ch'essa sia.
Yuddel! Yiaialodola! Poichè l'attenzione svia dalla triste storia mia.
Oh la la la! Yo.... la... yo... La mia donna amata Ambrogia, bella quanto un'orologia.
Yudula yodlmmgh... Per cambiar la vita mogia mi lasciò sotto la piogia.
(svizzera licenza poetica)
"
"Sigh! Io scendo alla prossima."

CAP IX

ono un'uomo non sono un algonchino! (classificato terzo al concorso "Miglior Incipit per Capitolo IX al Concorso "Miglior incipit per il capitolo IX di letteratura algonchina"") era il titolo della canzone preferita di Erinnarinnirahannarica. Terza traccia dell'album "Sofficini Algonchini" dei Man O'Val (un gruppo di operai siderurgici svizzeri licenziati dalla Wolkswagen che si erano trasferiti a Zermelo sul Mare per timore di rappresaglie dal governo... ma non divaghiamo... o meglio non più del solito che un pochino di divagazione va bene e lo sapete anche voi... che magari poi chiamiamo Circe, la divagatrice di Posillipo, ma non ora, va bene?). Ebbene per ragioni legate alla censura, alla sicurezza dello Stato e al corretto modo di cucinare lo stufato di Papero il titolo di suddetta canzone era stato cambiato in Sono un uomo, non solo un algonchino. Solo 3 copie dell'album con la versione originale sopravvivevano (bè non è che sopravvivevano perchè non è che gli album possono sopravvivere dato che non vivono, tanto per cominciare, e forse dovremmo dire erano in giro, ma non è che gli album vadano in giro da soli, a meno che non abbiano le gambe ma finora nemmeno Prince ha pensato di fare un album con le gambe, no? Eh? Ah, lo ha fatto?). Erinnarinnirahannarica doveva averne una. Doveva! Mica le avrebbe fatto piacere. O avrebbe desidearto. O Frullato di mirtilli. No! Doveva! E perchè mai? E che ne so, io? Poi glielo chiedo, va bene? Posso andare avanti adesso? Grazie.
Ed era per questo motivo che cinque mesi prima, quel fatidico pomeriggio (quale chiederete voi? E io vi dirò "La smettete di fare domande e leggete un po' buonini che se no me ne vado a casa e chiudo baracca e burattini (e qualcuno chiederà "Come si fa a chiudere i burattini?") sigh...") ella (Erinnarinnirahannarica) si trovava da Nashville in via Lazzaretto, a...
Tapinambour!
Già!
Pazzesco vero?
No, se ci pensi è già strano che un paese nella Terra Del Freddo Lontana e Inospitale abbia una via che si chiama Lazzaretto, se poi aggiungiamo che...vabbè.
Ad ogni modo Erinnarinnirahannarica era lì. Frugante tra i dischi incrociò lo sguardo di un uomo. Egli (l'uomo) sembrava turbato, ma non da lei, da qualcos'altro. Come se un ombra di minaccia aleggiasse minacciosa minacciando il suo capo e la sua persona (che poi sono sempre lui che era una persona e non un capo a meno che non si riferisse al suo capo, ma si era da poco licenziato e quindi il suo capo non era più il suo capo ma il capo di qualcun'altro). Lui le si avvicindò, l'accostatò e interloquì (sì, questo verbo esiste):
"Signorina, io ho un segreto."
"Dove?"
"Eh?"
"Dove ha un segreto?"
"No, è una cosa che so solo io."
"Solo lei sa dove ha un segreto?"
"No. Il segreto è una cosa che so solo io. E non sta da nessuna parte. Mi segue?"
"E' fermo."
"Sigh."
"Signorina, mi deve aiutare, io potrei non arrivare a domani."
"Oh, non si sforzi. Se aspetta con pazienza domani arriva senza che lei debba raggiungerlo. Io faccio sempre così."
"Ma domani potrei essere morto."
"E oggi chi è?"
"Oggi sono Gigiwoulf. In realtà sarebbe Luigiwoulf ma tutti mi chiamano Gigiwoulf. Piacere."
"E ieri?"
"Eh?"
"Ieri chi era?"
"Sempre Gigiwoulf, perchè?"
"Quindi cambierà nome stasera?"
"No, io potrei morire stasera. O prima. O dopo. Comunque presto. Ci sono degli uomini che mi seguono."
"Quelli là?" Chiese Erinnarinnirahannarica indicando due energumeni che stavano sulla porta.
"No. Cioè, sì. Anche quelli mi seguono ma quelli sono ausiliari della sosta. Sono innocui. Hanno giurato di non mollarmi finchè non pagherò la multa per divieto di abluzione che ho preso tre mesi fa. Intendevo altri uomini, diversi. Più forti, più veloci, più spietati, più... minacciosi!"
"WoW!"
"Ganzo, eh? Cioè, a parte la parte sulla morte incipiente, che preferirei evitare."
"Tutti dobbiamo morire."
"Sì, ma non stasera."
"Vero."
Intanto i tizi sulla porta lo aspettavano.
"No, se ci pensi, stiamo seguendo sto tizio da tre mesi per una multa di 15 Euri. E non è che ci pagano poi così tanto."
"Ma sai che hai ragione? Io ho pure moglie e figli e non li vedo da... da.. da..."
"Tre mesi?"
"Già. E tu come fai a saperlo? Mi stavi forse seguendo?"
"Bè. Non te, ma tecnicamente se ci pensi è un po come se ci stessimo seguendo a vicenda."
"Io non sto seguendo nessuno!"
"A parte quel tizio là."
"Ok, a parte quello lì, ma questo non toglie che tu mi stai seguendo da tre mesi impedendomi di vedere mia moglie e i miei figli. Si può sapere cosa vuoi da me? Eh? Parla miserabile! Dimmi cosa vuoi! Io non ne posso più, rivoglio la mia vita bastardo! Non la farai franca maledetto. Mi hai rubato tre mesi di vita, e i miei figli e i primi passi di Gennarino, che vabbè ha quasi 18 anni ma tra poco camminerà, lo so. Come hai potuto! E io mi fidavo di te. E nemmeno ti conosco. E mia mamma diceva sempre di non fidarsi degli sconosciuti e aveva ragione. Ma avrò la mia vendetta! Oh! Sì! Uah! Uah! Uah! Sentirai ancora parlare di me!" E si dileguò tra via Panfilo Castaldi e Via Lazzaro Palazzi.
"Ehm, scusatelo. Lo stress. Le feste che si avvicinano, il mutuo. Ma in fondo è un bravo ragazzo. Abbiamo passato insieme tre mesi e... ma cosa sto dicendo? Io vado. Addio!" E anche lui se ne andò lentamente verso piazza Lima.
Gigiwoulf approfittò del trambusto per lasciare una lettera in mano a Erinnarinnirahannarica.
"Addio signorina. La apra quando sarà il momento."
"Cosa?"
"La lettera."
"Quale lettera?"
"Quella che... Ehi! Tu! Torna qui, ridammi la mia lettera..." Urlò Gigiwoulf a un omino basso basso con le manone che si stava allontanando.
"Ok, scusi."
"Ma tu guarda che tempi."
Gigiwoulf tornò da Erinnarinnirahannarica.
"Eccola. Mi raccomando...
Erinnarinnirahannarica guardò la lettera. Sul retro c'era scritto "Da aprire quando sarà il momento".
"E quando sarà il momento?" chiese.
Ma Gigiwoulf si era dileguato nella nebbia... un negozio con la nebbia? Vabbè.

CAP X

a giada: prezioso minerale della categoria dei silicati e sostegno dell'economia di molti stati del nord. Solo attraverso la lavorazione della giada si può ottenere lo schmaltzl, la preziosa droga che si dice dia poteri di divinazione. Ed è solo attraverso lo schmaltzl che naviganti e commercianti possono sopravvivere in mare per mesi e mesi portando le loro merci nei porti più remoti del pianeta. In realtà pare siano tutte cazzate inventate dai governanti per tenere buono il popolino ma se la gente ci crede...
"Mammina?"
"Dimmi Piccola Zufola."
Piccola Zufola non aveva ancora compiuto 4 anni e già sezionava le papere, mandava poveri contadini all'esilio e imprigionava nelle segrete dignitari di nazioni straniere. Sua madre, Sua Orgogliosa Altezzosità Fanfulla Seconda Regina legittima della Repubblica del Gorgonzuela nonchè indiscussa Sovrana del traffico di Giada delle nazioni del Nord-Est, regnava con dissoluta indifferenza e soave crudeltà dissipando immani ricchezze tra vanagloriosi alambicchi di remote convoluzioni linguistiche del sottobosco convenzionalistico... state ancora leggendo? Insomma era una regina spietata e una trafficante di droga. Fico, eh? E pure single mother. Meglio non chiedere che fine ha fatto il papà di Piccola Zufola.
"Hai detto che per il mio compleanno posso chiedere quello che voglio, vero mammina?"
"Sì, Piccola Zufola, certamente, che cosa vorresti?"
"Voglio radere al suolo un paese."
"Piccola! Che cara. Tanta figlia di tanta mamma! Non è adorabile?"
Le 12 ancelle dell'Incredibilmente Lussuoso Palazzo della Regina annuirono rapidamente.
"Sìsìsìsì!"
"Oh! Altrochè!"
"Cara la piccola."
"Che dolce, così piccola già vuole radere al suolo."
"Tutta sua mamma, proprio."
"Adorabile!"
"Dovrebbe averne dieci di piccoline così. Oh, come saremmo felici con tante Piccole Zufole a torturare e massacrare e... ok, smetto."
"E' per questo che l'amiamo tanto noi, vero?"
"Da grande sarà proprio una regina cattiva e spietata."
"Non trovate anche voi che sia così cariiiiina!"
"Questo è parlare! Radi al suolo ciò che preferisci."
"Che fame. Mi farei volentieri un kebab."
Attimo di silenzio. Sguardi di panico tra le ancelle.
"Chi ha detto -" tuonò la regina.
Undici mani puntarono in direzione di Lombillarillamarillanina, l'ancella scema, che alzò gli occhi con sguardo stupito.
"Eh?"
"A morte!" sentenziò la sovrana nana (così detta per via della sua... statura. Ma ci eravate arrivati da soli, e forse quest'inciso era superfluo. Quindi meglio mettere qualcosa di interessante prima della fine della parentesi.... uhm... e uguale emmecciquadro? Eh?)
Due energumene preposte alla sicurezza di sua maestà presero Lombillarillamarillanina per le ascelle e cominciarono a trascinarla attraverso l'ampio salone.
"Dove andiamo di bello?" chese Lombillarillamarillanina.
"Un momento!" le fermò la regina.
Sguardi di stupore tra le ancelle. Che la regina dia segno di di clemenza?
"Hai famiglia?" Chiese la regina a Lombillarillamarillanina.
"Solo una sorella." Sorrise timidamente la scema.
"Come si chiama? Dove si trova?"
"Erinnarinnirahannarica. Vive a Tapinambur, un imbelle villaggio alle estreme propaggini delle province esterne della Terra del Freddo Lontana e Inospitale. Perchè?"
Un sorriso materno si dipinse sul volto di Fanfulla Seconda.
"Ti piace Piccola Zufola?" Chiese la regina allontanando il regale dipingitore di sorrisi "non adesso, dipingitore, abbiamo da fare qui, non vede?"
La piccola annuiva in preda all'estasi e al tripudio... o forse aveva di nuovo ingoiato una cavalletta.
"Possiamo portarla a morire lentamente nelle segrete adesso?" chiesero le energumene che tenevano Lombillarillamarillanina per le ascelle.
"E' deciso allora. Per il compleanno di Piccola Zufola muoveremo guerra alla Terra del Freddo Lontana e Inospitale e raderemo al suolo il villaggio di Tapinambur!"
"Evvai!"
"Morte e distruzione! Finalmente."
"Cara la piccola!"
"Una guerra come si deve, ne avevo proprio voglia."
"Questo è parlare da regina spietata e crudele!"
"Adorabile!"
"La Terra del Freddo Lontana e Inospitale, ho sempre desiderato andarci. Certo una guerra... però è una figata, davvero. Almeno facciamo un viaggio e... ok, smetto."
"Che ideaaaaaaa! Non vedo l'ora!"
"Brava! E' per questo che è la nostra regina!"
"Questo è parlare! Gliela faremo vedere ai quei Tapinamburiani!"
"Adoro l'odore del napalm la mattina."
Zufolarono le undici ancelle rimaste, estasiate.
"Possiamo portarla a morire lentamente nelle segrete adesso?" ripeterono le energumene che tenevano Lombillarillamarillanina per le ascelle e cominciavano a mostrare alcuni segni di stanchezza.
"Ma fate un po' quel cazzo che vi pare." Sentenziò la regina "Io vado a farmi un kebab!"
Dopo una mezz'ora la regina sedeva nel piccolo kebab turco fuori dalla stazione del metrò Natolin di Varsavia.
"Senti Da, non c'era un modo migliore di introdurmi? No seriamente, già ho dovuto aspettare dieci capitoli e per cosa? Quella stronzata sulla giada? Dai? Conan Doyle sull'asse del cesso le pensava meglio. E la figlia e la guerra e le ancelle. Ti prego. Sul dizionario sinonimi e contrari alla voce originalità c'è una tua foto."
"..."
"Sotto contrari!"
"...appunto."
"Senti io ci sto a fare sta saga nordica, ma se non mi dai del materiale un po' decente la strage te la faccio sul serio e voi che cazzo avete da guardare che neanche sapete fare un falafel decente e questo me lo chiamate yufka? Comunque io voglio essere più spietata di Anna Bolena, più sanguinaria di Emily Bronte. Capisci? Un personaggio che non si dimentica, mica che poi chiamano Michelle Pfeiffer per fare la mia parte nell'adattamento cinematografico."
"E chi vorresti?"
"Farah Fawcett!"
"Cos'è una Farah Fawcett?"

CAP XI

aprawoulf, Flaffenberg, Platano e Sgabello scesero dal calesse non senza qualche difficoltà, soprattutto per il platano e lo sgabello. Avevano sperato di ottenere un passaggio fino a Zeermelø, per poi prendere la corriera fino alla capitale, ma poco dopo il confine Kaprawoulf, bullandosi delle sue inutili gesta, si era fatto sfuggire di bocca il dettaglio della taglia che pendeva sulla sua testa nell'Umido e Fanghiglioso Territorio da qualche parte al Nord. Lo sguardo avido di cupidigia del calessiere li aveva allora indotti ad abbandonare il calesse in frutta e feria... in frotta e furla... insomma presto!
La cittadina si presentò loro imperlata di mestizia e tristitudine. Gli abitanti, mogi, sfilavano lenti per i grigi viottoli.
"Che posto è mai questo?" Esclamò Kaprawoulf stizzito.
"Questa è Tapinambur, la mia città sì tanto amata. Che da quando è sotto il giogo di Manølo, il nano gigante console legato, non più riconosco. Neanche la Fiera del Papero Bollito quest'anno. E a noi onesti cittadini non resta che camminar bigi pei vicoli." disse un passante con la bombetta che si accompagnava ad una vecchietta in grigie vesti di flanella.
"Perchè interloquisci stizzito?" chiese la vecchietta.
"Perchè hai un platano in spalla?" chiese la bombetta.
"Voi fate troppe domande." Disse Kaprawoulf, che non voleva rivelare la sua identità ad altri sconosciuti.
"Che posto triste. Sembra Katowice in inverno." commentò Flaffenberg con un inusuale spunto di intelletto.
Nel fratempo il platano pensava "Io avrei un po' fame. Mangerei volentieri una trota con le patate bollite. Se solo avessi una bocca e un apparato digerente."
"Io sono un po' stanchino" disse lo sgabello "mi siederei volentieri un minuto. Se solo ci fosse una sedia o uno sgabello. Nel senso, un altro sgabello. Oltre a me. Così potrei anche fare amicizia magari. O una bella sedia di mogano, di quelle sofisticate con cui fare conversazioni intellettuali."
"Dimenticate che siamo fuggitivi. Ricercati! Dobbiamo nasconderci." interloquì Kaprawoulf saltando in un cespuglio, sotto lo sguardo attonito dei mesti passanti.
Flaffenberg si avvicinò con calma: "Concordo. Siamo ricercati e dobbiamo nasconderci."
"E allora che fai lì impalato? Nel cespuglio c'è posto per tutti."
"Ecco, Kapra, forse ci sono posti migliori dove nasconderci in attesa che si calmino le acque."
"Tipo? In un camino di una casa abbandonata? In un canale di scolo?"
"La locanda del paese?"
"Ah. Sì, beh. Anche."
"Sono fuggitivi. Ricercati." Esclamò la bombetta.
"Avevo sentito." Rispose il passante.
"Forse che vogliate seguirci alla nostra modesta magione? Si da il caso che noi si sia affittacamere della massima serietà e integrità." disse la vecchietta.
"Quand'è così." Bofonchiò Kaprawoulf uscendo dal cespuglio."Facciateci strada."
Incamminandosi verso la magione un refolo di vento fece volare la bombetta dalla testa del passante fin sullo sgabello.
"Ciao!" Disse lo sgabello. "Io sono uno sgabello!"
"Bello!" Rispose la bombetta. "Io una bombetta."
"Betta!"
"Ha! Ha! Ha! Sei simpatico..."
E così tutti quanti arrivarono alla casa, la vecchietta mostrò la stanza a Kaprawoulf che ne rimase entusiasta. Dopodichè il passante si premurò di chiudere a chiave i nostri eroi nella cantina. Kaprawoulf ne fu meno entusiasta, ma si sarebbe adattato, non fosse che Flaffenberg fece notare che forse erano chiusi lì in attesa dell'arrivo delle autorità che li avrebbero arrestati ed espatriati e giustiziati e sicuramente non rimpinzati o coccolati.
A questo punto vi risparmio la penosa scena di disperazione rappresentata da Kaprawoulf nella consapevolezza della morte. Vi risparmio anche le reazioni di sarcasmo, sfiducia, motteggio e indifferenza dei suoi compagni di viaggio. Vi risparmio anche di come l'altra sera sono riuscito a cucinare uno spezzatino usando solo bambù, funghi champignon, uno spazzolino da denti e sette fiammiferi nuovi. E se volete risparmiare ancora fate la tessera del supermercato che questa settimana c'è la mozzarella in offerta.
Passerò invece a raccontarvi di come la bombetta, invaghitasi dello sgabello, sfilò le chiavi della cantina dalle narici del passante e liberò i nostri.
Anzi, no.
In fondo vi ho appena detto cos'è successo, quindi non c'è bisogno di entrare nei dettagli. Anche se sarebbe stato interessante scoprire come se la cavarono per il rotto della cuffia grazie al provvidenziale intervento del platano che dimostrò di conoscere le arti marziali. E invece niente. Ma non credo che ci perderete il sonno stanotte.
E così Kaprawoulf, Flaffenberg, Platano, Sgabello e Bombetta si rifugiarono in un negozio per sfuggire agli inseguitori. Si trattava perlappunto di un'agenzia di collocamento interinale e alla scrivania, seduta in posa poco elegante con i piedi sul monitor si trovava Erinnarinnirahannarica.
E qui ci fermiamo perchè da questo incontro scaturirono conseguenze tali da cambiare la storia del mondo per sempre e non siamo sicuri che siate pronti per sentire il racconto di ciò che segue... e poi è anche un po' tardino. E devo svuotare la lavatrice. Ecco.